La banalità del bene

famolo-strano-570x300Non la conosco, non so chi sia, non l’ho mai vista. Non so neanche con chi parlava. So soltanto che ha chiuso una telefonata di lavoro con un insopportabile “I love you.

E così mi è partito il flashback: anni fai incontrai, per una brevissima riunione, i responsabili di una cooperativa. Non ci conoscevamo. Mi avevano chiesto di supervisionare le attività di un nuovo servizio molto complesso. Il tono della breve chiacchierata rimase molto formale. Rimandai al giorno dopo una prima risposta di massima. La mattina dopo suona il mio cellulare e da un numero sconosciuto una voce sconosciuta mi saluta con un agghiacciante “Ciao CUORE…”! E poi mi chiede se ho deciso qualcosa rispetto a quella proposta.

(voglio precisare subito, a beneficio di Margherita e Fabio, che il mio problema non scaturisce dal fatto che tra di loro si chiamano “Amò” ma dal fatto che nel corso della sola ultima volta che abbiamo cenato insieme ho contato 138 “Amò” prima di svenire. E di decidere definitivamente di scriverlo questo appello).

Non lo si dice per la moneta ma per le parole e i concetti lo si può affermare tranquillamente: l’inflazione produce banalizzazione e, dunque, svilimento. Le parole perdono il loro reale significato, evaporano il sentimento di cui dovrebbero essere il suono, svendono la loro importanza. La vacuazione delle parole dissipa la loro gravità.

Che ci sia un nesso inestricabile tra peso specifico delle parole e quantità è cosa acclarata da secoli: da sempre chi usa poche parole trasmette saggezza e sapienza, e invece mette a disagio chi ne usa troppe. Ve lo immaginate Toro Seduto logorroico che per farlo stare zitto bisogna prenderlo a schiaffi? O il capitano Achab che usa i tic linguistici come un qualunque personaggio innamorato di Alberto Sordi? Ve li immaginate Paolo e Francesca, Laura, Beatrice, Giulietta e Romeo, Cirano usare amò e tesò né più né meno che come interlocuzioni?

Ci è stato insegnato in tutti i modi che ciò che è importante, ciò che è prezioso, deve essere sottratto al discorso mondano delle parole quotidiane, non deve essere nominato invano, può arrivare addirittura ad essere segreto, da non sentire, da non vedere, giacché la parola può essere potente e da sola potrebbe bastare: parola è sinonimo di impegno e onore (dare la propria parola, prendere in parola), parola è sinonimo di diritto e di potere (dare la parola), al suo apice parola è espressione di potenza (dì soltanto una parola ed io sarò salvato).

C’è un altro motivo di scandalo che in questa pratica di vacuazione pare sfuggire ai suoi utilizzatori e alle sue utilizzatrici finali: essi ed esse, infatti, non si rendono conto di preferire un sostantivo a un nome proprio di persona, di sottrarre dalla persona amata la sostanza del suo nome proprio. Nome proprio che è l’origine della sua narrazione.

Kant, infatti, scrisse che è l’atto di dare il nome la vera nascita: si è nati davvero solo quando si ha un nome, si esiste se si ha un nome. Avendo un nome si è qualcuno. Col proprio nome, nella nostra tradizione, si è anche per qualcuno (per esempio per la nonna il cui nome ereditiamo). Col proprio nome si è anche di qualcuno: perché dare il nome è una affermazione di possesso (e per questo nella nostra tradizione maschilista si trasmette il cognome paterno). è per questo che tantissime persone impongono un nomignolo alla persona amata e lo fanno immediatamente, quasi fosse un battesimo: quel nomignolo esclusivo è una trappola linguistica che sancisce una relazione di possesso, materializza il sogno di dare una nuova vita a quella persona cancellando insieme al suo passato la sua soggettività unica e irripetibile. E irriducibile. Materializza il sogno di non dover fare i conti con la sua libertà.

Sottrarsi a questi tic linguistici significa affermare dignitosamente la propria insopprimibile pluriversalità.
Sottrarsi a queste trappole linguistiche significa sottrarsi a un modo di essere della relazione inaccettabile perché opprimente.
In qualche modo, per qualche ragione, la nientificazione dell’altro comincia sempre con la vacuazione delle parole che lo riguardano.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 ottobre 2013. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti

2 thoughts on “La banalità del bene

  1. “Gli innamorati non inventano più niente perché quello che han da dirsi glielo dice la TV” E’ un verso di una bella canzone che cantava Enzo Jannacci, credo scritta da Beppe Viola. In realtà non ho molto da aggiungere alle cose che dici e che condivido pienamente. La responsabilità del dire è forse la responsabilità più grande per una persona adulta. Dall’uso che facciamo delle parole, dal diverso peso specifico che assegniamo a ciascuna di esse possiamo misurare la maggiore o la minore perdita di senso che la nostra esistenza va attraversando. Tutti i momenti significativi di passaggio nelle storie individuali e collettive possono essere rappresentati dalla scalata verso un crinale da superare, il veicolo è rappresentato dal linguaggio, dall’uso delle parole, dalla responsabilità del dire. Potrei aggiungere qualche parola sulla necessità di una educazione sentimentale, una bussola che ci aiuti a riconoscerne grammatica e sintassi, ma preferisco fermarmi qui. Avremo tempo per riparlarne, qui o altrove. Ti ringrazio e ti mando un abbraccio affettuoso.

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