Un calcio in culo dal profondo del cuore

pernacchioPer questo anno scolastico sembra vada di moda la decisione di ritirare i propri figli dalla scuola per protestare contro presenze non gradite di varia natura.

Ci sono casi che effettivamente possono sembrare estremi, come quello di Prato dove, a causa della altissima densità abitativa di cinesi, in una o più classi i cinesi di seconda generazione sono più numerosi degli autoctoni italiani. Di fronte a questi casi molto particolari, è comprensibile una sensazione forte di spaesamento e il bisogno di capire cosa sia meglio fare. Superato lo choc iniziale sarebbe bene farsi tranquillizzare e orientare nella scelta da qualcuno la cui competenza può aiutare a comprendere la valenza positiva di un caso pur estremo come questo.

Ci sono poi casi molto meno estremi, dal punto di vista della presenza numerica di ragazzi e bambini di origine non italiana, per i quali la comprensione per lo spaesamento cala necessariamente a picco: in questi casi tolleranza zero! A questi genitori verrebbe da dare lo stesso suggerimento che la figlia della Ministra Kyenge diede ai razzisti che si accanivano contro sua madre: “Viaggiate!”. E sì, perché dietro questo arroccamento (nelle sue varie declinazioni retoricamente giustificate con il solito rosario di motivazioni pseudo-ragionevoli) c’è sempre il greve e radicato provincialismo italiano (che, nelle sue varie coniugazioni, è la zavorra che ci impedirà sempre di diventare un Paese normale).

E infine ci sono casi che sono veramente estremi e nei confronti dei quali serve uno scatto di dignità: ai genitori che hanno ritirato i loro figli da scuola per via della presenza in classe di un alunno autistico bisognerebbe dare un sacco di mazzate. O almeno un calcio in culo. E qualcuno deve mettersi a disposizione per questo compito che è anche un onore.

Diciamoci la verità: quante possibilità ci sono di far entrare con le buone maniere nella testa di queste persone che la prossimità quotidiana con le diverse abilità è una grande opportunità di crescita, è una risorsa per la propria mente e non solo per il proprio spirito? Quante possibilità ci sono di far entrare con le buone maniere nella mente di queste persone che la crescita dei loro figli dipende dalla loro capacità di stare nella realtà senza che gliela si debba edulcorare per paura che sia più faticosa, che il mondo è a geometria variabile e che l’idea che siano loro quelli normali è tutta da dimostrare?

Io credo nessuna possibilità. Ho rinunciato da tempo alle missioni impossibili e sono contro l’accanimento terapeutico. E’ inutile parlare alla testa di chi ragiona con il culo.

Ma un’ultima speranza, forse, c’è. Un ultimo tentativo forse si può fare. Questi genitori dovrebbero parlare con i loro figli. Chiedere a loro se ritengono che la presenza di un loro coetaneo autistico sia un problema. Se fossero in grado di chiedere questa cosa ai loro figli e se fossero capaci di ascoltare sinceramente la risposta, riceverebbero dai loro figli una lezione di vita.

P.S.. in un primo momento mi ero più pacatamente assestato sulla pernacchia. Ma poi c’ho ripensato: un calcio in culo è meglio.

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Questa voce è stata pubblicata il 23 settembre 2013. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti

2 thoughts on “Un calcio in culo dal profondo del cuore

  1. “…Diciamoci la verità: quante possibilità ci sono di far entrare con le buone maniere nella testa di queste persone che la prossimità quotidiana con le diverse abilità è una grande opportunità di crescita, è una risorsa per la propria mente e non solo per il proprio spirito? …”
    Non è vero. O meglio: questa tua affermazione è vera soltanto se tale prossimità è vissuta all’interno di un contesto in cui le condizioni della convivenza siano tali da consentire una consapevole e significativa rielaborazione positiva dei vissuti individuali e collettivi. E siccome stiamo parlando di un processo di apprendimento, il pur condivisibile principio che tu poni all’inizio del discorso (il valore della diversità) va posto, a mio parere, come l’obiettivo da raggiungere attraverso un lavoro molecolare a cui tutti gli adulti, le figure istituzionali innanzitutto, sono chiamati, e parlo di un lavoro costante come un raggio laser teso a costruire un clima complessivo di fiducia. Nei miei ultimi anni di lavoro nella scuola primaria ero l’insegnante titolare di una classe di 25 bambini. Tra di loro c’era un bambino italiano con diverse diagnosi redatte da un istituto specialistico di malattie mentali dell’infanzia ma, incredibilmente, non era mai stato certificato dalla competente ASL (in Italia c’è una numerosa scuola di pensiero che è contro le certificazioni perché considerate uno stigma), c’erano inoltre diversi bambini stranieri tra cui un bambino macedone che non aveva mai visto un foglio o una matita, nessun membro della famiglia capiva o pronunciava una sola parola in lingua italiana e inoltre vivevano in campagna lontano dal centro abitato, nel nostro territorio non ci sono mediatori linguistici macedoni. Tornando al tuo intervento ti dirò che dopo quattro anni la soluzione più ragionevole per il bambino emotivamente instabile è stata il ricovero in un istituto specialistico. Con un po’ di fortuna questo, forse, servirà a salvare la vita a lui o ad uno dei membri della sua famiglia (il fratellino di un anno e mezzo o sua madre). Quando all’inizio parlavo delle condizioni della convivenza volevo riferirmi anche agli spazi e ai materiali strutturati che la scuola offre, poiché le risorse non possono essere solo le risorse umane (l’insegnante di sostegno). Concludo con una nota personale. Sarò eternamente grato a Simona, la mia collega della classe accanto, che appena poteva veniva in classe e mi abbracciava forte per farmi coraggio.

    • Caro Vincenzo, la tua tesi è apparentemente molto ragionevole e, per questo, si presta molto (se messa tra le mani di persone in mala fede: non è dunque il tuo caso) come alibi per evitare la fatica di accettare la realtà per quello che è.
      Del resto nel caso che tu racconti (e che mi hai già raccontato e per questo ti girai quelle fotocopie) è stato nell’interesse del bambino che si è deciso (a torto o a ragione) di ricoverarlo.
      Il tema del mio ragionamento sta più a monte: un gruppo di genitori ritira i figli da scuola perché non vuole che frequentino una classe all’interno della quale c’è un bambino autistico. Questa è stupidità preventiva. Questi genitori non hanno condotto una indagine sugli spazi e sui materiali strutturati che quella scuola offre o sulla qualità delle risorse umane.
      Ma voglio dire di più: la situazione di carenza di risorse giustifica il ritorno alle classi differenziali? O, quanto meno: esiste una gerarchia in base alla quale in una situazione di carenza di risorse il problema è il bambino autistico?

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