Non siamo tutti Miss Italia

animare_il_nullaNelle discussioni su argomenti come quello che, in maniera volutamente metaforica, ho circoscritto intorno al concorso di Miss Italia, uno degli argomenti più utilizzati è che le donne che accettano di stare in quel sistema contribuiscono a diffondere una cultura sbagliata (variamente definita in base al contesto nel quale questa tesi viene agitata), che alimentano uno stereotipo e, addirittura, che sono responsabili della escalation di violenza sulle donne che culmina nel femminicidio.

Avendo io già detto chiaramente a suo tempo cosa penso del femminicidio e più in generale della escalation di violenza di genere (leggi) non credo di dover mettere le mani avanti rispetto alla mia posizione su questo argomento. Ma (dopo la prima parte di questo articolo intitolata Siamo tutti Miss Italia) voglio chiarire ulteriormente il mio pensiero cominciando col mettere un segno di attenzione intorno a quelle dinamiche di rappresentazione della realtà che, senza volerlo e paradossalmente, alimentano proprio il problema che vorrebbero contribuire a risolvere. Le lettrici che hanno detto di aspettare con ansia questa seconda parte dell’articolo, devono purtroppo leggerlo fino alla fine per capire se disprezzarmi o meno.

Lo stereotipo è un errore di classificazione innescato da un processo di generalizzazione arbitraria. La pigrizia ermeneutica tipica dei gruppi sociali che vivono e alimentano la nostra cultura produce un errore di sistema, un difetto di funzionamento, dei dispositivi attraverso i quali le persone e i gruppi organizzano la realtà nel tentativo di governare il caos (o quantomeno di difendersi da esso). Questo errore di classificazione è fortemente alimentato dalla tendenza a rappresentare e a descrivere la realtà in base a quella etica della somiglianza di cui ho detto nella prima parte di questo articolo.

Il che vuol dire che la capacità di distinguere le situazioni e i casi, di riconoscere a ciascuno le sue specificità peculiari e di evitare di cadere nella trappola dello stereotipo, è direttamente proporzionale al grado di adesione etica ed estetica nei confronti dell’oggetto da classificare. Adesione che può arrivare fino alla identificazione nell’oggetto da classificare (avendo in questo caso il massimo dello scrupolo classificatorio) ma che può anche essere completamente assente fino al massimo dell’avversione incondizionata (avendo in questo caso il minimo possibile dello scrupolo classificatorio e dunque il massimo del rischio di stereotipo).

Insomma, se si parla di qualcosa che ci sta a cuore e che ci piace, che condividiamo o con cui ci identifichiamo (che in qualche modo ci somiglia o somiglia a ciò che vorremmo essere) manifestiamo una grandissima capacità di distinguere e di specificare, fino a giungere al massimo grado di correttezza ermeneutica data dalla individualizzazione delle specifiche caratteristiche.

Se invece si parla di qualcosa che non ci piace e nei confronti della quale percepiamo una forte distanza culturale (etica ed estetica, appunto) allora perdiamo la capacità di distinguere e di specificare e ragioniamo all’ingrosso. Generalizziamo. Sono decine gli esempi che si potrebbero fare e riguarderebbero tutti i campi della nostra esistenza, dalla politica allo sport, dal costume alla religione, ecc…

In entrambi i casi quello che fa agire in un modo piuttosto che in un altro è il grado di distanza percepita rispetto all’oggetto della classificazione: distanza che è sempre il risultato di una distorsione o, se si preferisce, di una convenzione, sia nel caso della identificazione che della avversione. Giacché, quale che sia la fazione alla quale appartiene l’oggetto, questo va sempre assunto in quanto tale: fenomeno o persona che sia, va valutato in base alle sue caratteristiche specifiche e non in base alla supposta appartenenza ad una categoria (in quanto anche la categoria è una convenzione temporanea, una finzione regolativa).

Le generalizzazioni, che peraltro sono quasi sempre moralmente connotate, non aiutano a circoscrivere (nel senso di individuare e classificare) i fenomeni e le responsabilità (che rispetto alle azioni dei singoli sono sempre soggettive).

Chiarito questo passaggio e ribadito per l’ennesima volta che, secondo me, i ragionamenti sui comportamenti e sulle libertà individuali devono essere caratterizzati dal massimo grado di laicità possibile e da altrettanta onestà intellettuale, provo a fare un passo avanti.

E’ chiaro che esiste, oltre alla sfera della libertà di sé, anche la sfera della responsabilità di sé che è la responsabilità per le conseguenze (a carico degli altri) di ciò che si fa liberamente per sé. Tra le conseguenze più delicate e complesse della libera espressione di sé non si possono non segnalare le responsabilità culturali.

Che esista una industria florida della rappresentazione di genere (di cui Miss Italia fa parte ma che ha nella sua dotazione anche le copertine, le pubblicità, ecc…) che ha la colpa di diffondere una idea della donna come oggetto fine a se stesso che sarebbe violabile perché non senziente, che sarebbe nientificabile perché afasico, è una constatazione di tutta evidenza. E di questo non si deve tacere. Anzi, deve essere oggetto di continua analisi sia relativamente alle idee implicite che rivela che alle implicazioni che produce.

Ma anche la tentazione del proibizionismo deve essere oggetto di analisi dei pensieri impliciti e delle implicazioni; e deve suscitare allarme sociale soprattutto nelle persone che hanno a cuore la libertà di sé perché nel moralismo proibizionista si nasconde spesso una idea sessista non migliore di quella che si vorrebbe colpire. Ma davvero qualcuno pensa che sottraendo il corpo allo sguardo lo si sottrae al desiderio e, ciò che è peggio, lo si sottrae alla sua ideazione, fisiologica o patologica che sia? O forse è esattamente il contrario?

Il problema, in questo come in tutti i fenomeni che eccitano i proibizionisti, non è l’offerta ma la domanda. Il problema non è l’uso ma l’abuso. Il problema vero è la grande tacita trasversale tolleranza (sessista) nei confronti di chi abusa di ciò che considera nientificabile.

La pedagogia della nientificazione dei campi di sterminio nazisti poggiava su una fitta rete di dispositivi educativi materiali e immateriali che hanno tratto in inganno gli analisti. Questi hanno erroneamente creduto di attribuire ai dispositivi il merito esclusivo della efficacia pedagogica dei campi laddove invece il merito maggiore era di ciò che accadeva fuori dai campi di sterminio: fuori dai campi di sterminio non accadeva nulla e questo “nulla” era l’ingrediente segreto che rendeva perfetta la strategia. Un intero popolo ha reso possibile, facendo “nulla”, la nientificazione di milioni di persone, il loro annientamento.

Il problema non è il culo femminile in copertina o in passerella, insomma, il problema è il culo nella mente di chi dovrebbe decidere, intervenire, prevenire, sanzionare, impedire, recludere, partecipare, ribellarsi, indignarsi, educare, ecc… e non lo fa, è il muro nella mente di chi avrebbe potuto invadere e travolgere quei campi, di chi avrebbe potuto portare in salvo quelle persone, di chi avrebbe potuto farlo e non l’ha fatto.

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Questa voce è stata pubblicata il 31 luglio 2013. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti

2 thoughts on “Non siamo tutti Miss Italia

  1. Fra il dentro e il fuori dei campi di sterminio nazisti esiste un nesso; come esiste un nesso fra il corpo femminile in passerella o in copertina e il corpo nella mente di chi dovrebbe decidere, intervenire ecc. Voglio dire che si instaura una relazione di circolarità fra le rappresentazioni che i mass media danno del corpo, soprattutto femminile, e la formazione dell’immaginario collettivo rispetto a quel corpo, e mi riferisco anche alla componente inconscia dell’immaginario collettivo. Questo circolo vizioso assume entrambi i poli con un continuo scambio di relazione consequenziale, invertendo continuamente i termini di causa ed effetto, cioè: più il corpo ha quel tipo di rappresentazione stereotipata (causa), più l’immaginario collettivo ne risulta condizionato (effetto); analogamente, più l’immaginario collettivo richiede una rappresentazione stereotipata del corpo (causa), più i mass media la offrono (effetto). Questo, in termini sicuramente meno drammatici, e i lager nazisti, sono un tipico esempio di paranoia collettiva (rimando al saggio di L. Zoja “Paranoia: la follia che fa la storia”). Nel caso di miss Italia, credo che quel programma sia stato, con tutta la liturgia del prima e del dopo, una sintesi del processo di fascismo estetico che domina nella nostra società che potrebbe riassumersi in questo assunto di base, infondato e dogmatico: “questo è l’unico corpo femminile che esiste, devi possederlo anche tu, altrimenti vergognati, sei fuori dal giro”. E così si sottopongono a questa tirannia del corpo e, secondo il circolo vizioso di cui dicevo prima, sottopongono a questa tirannia il loro corpo, molte donne, soprattutto molte adolescenti (intese come categoria identitaria, non solo anagrafica), anche se non appartengono al mondo dello show business (cosa che in qualche modo giustificherebbe un certo tipo di “attenzioni” al corpo). Come si spezza questo circolo ermenutico perverso?

    Un grande moralista, quello che coniò il termine di cultura “clerico-fascista”, non esitò ad attaccare con virulenza inaudita nel novembre 1969 il programma “Canzonissima”, che, confrontato con l’attuale palinsesto televisivo, sembra un momento di alta televisione. L’articolo, apparso su “Il Tempo” nel 1° novembre del 1969 e ora compreso nei “Dialoghi”, diceva, a proposito delle movenze delle donne presenti nel programma, che “alludevano a qualcosa di estremamante convenzionale, a un’allegria collegiale e orgiastica, in cui la donna appariva come una scema, con dei pennacchi umilianti addosso, un vestituccio indecente che nascondeva e insieme metteva in risalto le rotondità del corpo, così come se le immagina, se le sogna, le vuole un vecchio commendatore sporcaccione e bigotto”. Quello stesso commendatore non esitò a portare più volte in tribunale l’autore di quell’articolo che, sublime ossimoro, fu anche autore del “Decameron” e di “Salò o le 120 giornate di Sodoma e Gomorra”. In questi due film, per fare un rapido e sommario esempio, i centimetri di corpo che si vedono sono molto più numerosi di quelli esibiti dalle ragazze di miss Italia: eppure quelle sono delle opere d’arte e questo tipo di programmi sono, a mio moralistico avviso, porno soft, trash televisivo. Perchè? Perchè in questi programmi il corpo non ha una sua narrazione ma diventa oggetto di misurazione, valutazione, classificazione. Il problema non è sottrarre il corpo allo sguardo e al desiderio, anzi: il filone erotico è trasversale a tutte le arti e ci ha lasciato un patrimonio culturale di inestimabile ricchezza. Nelle rappresentazioni massmediatiche del corpo non c’è vero desiderio, non c’è vero erotismo perchè non c’è una narrazione del corpo: i due film sopra citati di Pasolini erano, rispettivamente in senso vitale e in senso tragico, un inno al corpo, una narrazione inesausta che esso compie di sè (nella radice “corpus” c’è il calco del verbo greco “kraino”, che vuol dire “creare, compiere, realizzare, esercitare il potere”). Quelli di Miss Italia, da questo punto di vista e non per volontà delle donne che vi partecipano, non sono corpi ma manichini, e questo un po’ mi annoia, un po’ mi inquieta.
    Io poi distinguerei fra moralismo e puritanesimo: il primo è una riflessione seria sul senso del limite, individuale e collettivo, il secondo ha prodotto gli esiti nefasti di cui parlavi, ma questo è un altro discorso.

  2. Chi l’avrebbe mai detto: scopro oggi che una settimana prima che io scrivessi “Non siamo tutti Miss Italia”, una femminista storica come Monica Lanfranco pubblicava un articolo (“Donne: le gambe aperte e il cervello chiuso”) che si concludeva così: “In fondo non sono le gambe aperte a fare scandalo: è il cervello chiuso, quello sì, che preoccupa.” (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/23/donne-gambe-aperte-e-cervello-chiuso/664013/)

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