Chi muore, chi ammazza e chi dice stronzate

femminicidioVa detto chiaramente che il femminicidio e i suoi surrogati sono un fenomeno criminale a sé stante, con caratteristiche sue proprie. Va detto altrettanto chiaramente che quella parte del ventre molle della società che si arrampica sugli specchi per distinguere, relativizzare, specificare, minimizzare, banalizzare, ecc…, utilizzando argomenti pseudo-logici e bizantinismi disciplinari, è colpevole di contribuire a creare quel brodo culturale che facilita lo sviluppo del fenomeno. Chi si macchia di questa colpa o ha qualcosa da nascondere o è un potenziale criminale.

Da un po’ di tempo l’attenzione su questo fenomeno comincia ad essere desta. Se ne parla sempre più spesso. Ma di come se ne parla, ne vogliamo parlare?

Giornalisti e tuttologi discutono, soprattutto nei salotti della madre di tutte le banalizzazioni (la TV), mettendo a disposizione del pensiero medio alcune tesi prêt-à-porter, delle soluzioni take-away. Il risultato è che anche persone motivate e scrupolose si ritrovano ad utilizzare concetti che sono come utensili inutili: li guardi e capisci che a qualcosa serviranno, un senso ce l’hanno, ma non servono per fare quello che vuoi fare tu, non in questo momento, in questo caso. Succede sempre così. E’ successa (e succede ancora) la stessa cosa anche col razzismo che per anni è stato banalizzato a problema di paura di ciò che non si conosce, con conseguente riconoscimento delle attenuanti generiche e specifiche. Il risultato è che abbiamo perso alcuni decenni a non combattere con la necessaria veemenza comportamenti e idee intollerabili e a proporre pedagogie all’acqua di rose. Il risultato è che anche le comunità di persone più motivate e attrezzate nella gestione della complessità, che sono solite cercare delle spiegazioni a quei fenomeni che urtano e turbano profondamente le loro coscienze e le loro intelligenze, si sono adagiate su tesi tutto sommato tranquillizanti e pacificatorie.

Perché “funzionano” le spiegazioni banali? Come riescono a soddisfare il bisogno di capire di tanta gente in sincera buona fede? E’ il paradigma del Maurizio Costanzo Show: una micidiale combinazione tra il mezzo (la TV: attendibile per definizione) e i suoi tempi di azione e reazione (i tempi televisivi: domande micidiali e risposte brevissime che altrimenti la gente si annoia e poi dovete parlare tutti e poi c’è la pubblicità). Le tesi banali sono funzionali proprio perché sono prêt-à-porter: sono alla portata di tutti, le possono usare in tanti, non serve un fisico bestiale o una preparazione accurata, anche la Palombelli può farne uso. Le tesi banali possono essere inserite agevolmente tra un “i politici sono tutti uguali” e un “non devi mischiare le proteine“.

Invece secondo me abbiamo il dovere di essere meno semplicistici per essere più efficaci. Perché rischiamo di fare gli stessi errori col femminicidio, con i suoi surrogati e con la cultura che lo produce e lo sostiene.

A questo proposito, tra le  tesi prêt-à-porter più diffuse ce n’è una che mi capita di intercettare sempre più spesso e che mi colpisce per la sua potente efficacia banalizzatrice: è la tesi del sentimento di possesso. Non servono molte parole per spiegare questa tesi (e questo è il primo indicatore di fallacia: bisogna sempre diffidare dalle tesi troppo semplici perché i fenomeni invece sono sempre complessi!): chi maltratta, picchia, sevizia, tortura o uccide la donna con la quale ha (o ha avuto, o avrebbe voluto avere) un legame, lo fa (semplicemente) perché crede che quella donna gli appartenga (e dunque è un vissuto di appartenenza/proprietà e non di possesso, e dunque – se anche fosse così – sarebbe comunque qualcosa di più complesso). Insomma, un po’ come i bambini quando litigano e dicono “è mia” di una cosa che è ovvio che non lo sia. Marachelle da monelli, insomma. Niente di particolare.

Questa tesi ha, in verità, un seme (credo involontario) che potrebbe portare qualche frutto ed è quello che voglio provare a seminare: è con la modernità in fase avanzata che una parte dell’umanità ha deciso che il diritto e il vissuto di proprietà si esercitano solo sulle cose e non sulle persone, ma per millenni non è stato così ed anzi tuttora sopravvive in molti (in particolare in quei terreni culturali ricchi di humus adeguato) l’idea profonda che le persone non sono tutte uguali, che ci sono persone inferiori per razza o per genere, ad esempio.

Solo un idea profonda di radicale inferiorità (o superiorità, mutatis mutandis) può supportare il programma radicale di nientificazione della donna che sta dietro il femminicidio e i suoi surrogati. Programma che, non dimentichiamolo se non vogliamo banalizzare la questione, è un programma pedagogico in senso stretto: migliaia di uomini ogni giorno educano le “proprie” donne così come i nazisti facevano con i prigionieri dei loro campi. Le educano ad essere “nuda vita” e occultano questa pedagogia con mortificanti dispositivi di mercificazione dell’esistenza. E’ la pedagogia della nientificazione, appunto, che rende ideologicamente legittima quella della mortificazione.

Questa pedagogia, come tutte le altre, si inserisce ovviamente in una relazione di potere. Potere che, nel caso della pedagogia della nientificazione/mortificazione, è irrimediabilmente degenerato in dominio. E’ questa “identità di dominio” ad andare in panico e a reagire in maniera scomposta di fronte alla verità quando è insopportabile: verità che qui assume la forma della inarrestabile avanzata dell’autonomia femminile.

E’ reazione scomposta anche il tentativo colpevole di distinguere, relativizzare, specificare, minimizzare, banalizzare portato avanti da molti avvelenatori di pozzi. Non dimentichiamo, lo ripeto, che chi banalizza in fondo giustifica.

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Questa voce è stata pubblicata il 14 maggio 2013. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 8 commenti

8 thoughts on “Chi muore, chi ammazza e chi dice stronzate

  1. Potere di dominio dei maschi sulle donne,banalizzazione dei media e persistente connivenza di molte donne,che o per quieto vivere ,o per errata convinzione (cultura),vanno ad alimentare statistiche insospettate.

  2. caro felice, molto interessante. E’ proprio questo l’argomento di cui volevo parlare al convegno del 21 giugno a Termoli . Ma esiste un modo per tratteggiare un comune denomiantore delle cause delle ultime clamorose e ripetute forme di violenza? Ad esempio che relazione c’è tra suicidio, violenza sulle donne, sui minori e gesti di follia determinati apparentemente da sconforto, isolamento, emarginazione, povertà? Si potrebbe provare a mettere insieme una sorta di “nientificazione” generale che spieghi almeno un tratto comune di questi fenomeni? grazie. antonio

  3. Ho trovato molto pertinente e stimolante il concetto e la correlazione tra nientificazione/mortificazione e dominio; mi ha molto intrigato anche il commento di Antonio sulla possibile relazione tra i numerosi casi di omicicidi/suicidi ed un possibile sentimento di nientificazione generalizzata. Ogni sera , ascoltando le notizie attraverso varie fonti di comunicazione midomando (e Vi domando): ma tutta questa frequenza di orrori è solo contingente o si vuole spingere sul comune sentire come ulteriore forma di distrazione dai problemi generali che ci circondano? Marco

  4. In Italia l’uccisione con movente di genere è la prima causa di morte per le donne tra i 16 ed i 44 anni, un primato europeo che condividiamo con alcuni stati dell’America Latina in cui il termine “femminicidio” è stato usato coniato negli anni 90 per definire qualcosa che prima, semplicemente, non si chiamava. L’Italia è insieme alla Gran Bretagna il Paese europeo con la maggior richiesta/offerta di prostituzione. A differenza di quest’ultimo è credo l’unico nelle cui scuole pubbliche non si riesca a far entrare l’educazione affettiva e sessuale come materia obbligatoria. Fenomeni diversi che però interrogano la costruzione delle identità femminili e soprattutto maschili e di come queste si relazionino tra loro. identità di compagni, amanti, mariti, ma anche di padri e fratelli. Che nel potere/dominio ( o nello scempio) sul corpo delle donne rivelano la povertà ed il fallimento sulle loro anime.

  5. Caro Felice, sono sostanzialmente d’accordo con quello che dici.
    Però ad un certo punto affermi : ” E’ successa (e succede ancora) la stessa cosa anche col razzismo che per anni è stato banalizzato a problema di paura di ciò che non si conosce, con conseguente riconoscimento delle attenuanti generiche e specifiche. Il risultato è che abbiamo perso alcuni decenni a non combattere con la necessaria veemenza comportamenti e idee intollerabili e a proporre pedagogie all’acqua di rose.”
    Ecco a proposito di questo, mi sembra chiaro che per “combattere” in modo efficace (a parte la veemenza) fenomeni di tale genere, sia necessario comprenderne le ragioni profonde. Altrimenti si rischia di mettere in campo “soluzioni” che aggravano il problema. Ma immagino che su questo tu sia d’accordo con me. Un caro saluto.

  6. “Inarrestabile avanzata dell’ autonomia femminile”… C’é qualcosa che stride col resto: c’é un osservatore che sperimenta che é ” inarrestabile” che “avanza” da un meno a un piú e che é una forma di autonomia differente da altre forme perché ” femminile”. Deve esserci un manuale sulle autonomie, da qualche parte.
    Ok, la sveglia non ha fatto il suo dovere, i treni conciliano il torpore mentale, ma qualcosa di questo articolo ha ridestato la mia parte ” irriducibile” ….

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