Mio fratello è figlio unico (ma ha molti follower)

AngologiroLa normalizzazione della disuguaglianza è descritta spesso come un processo la cui origine sta in una congerie di fenomeni di grande portata, tutti genericamente identificabili col concetto passepartout di globalizzazione (o con uno qualunque dei suoi sinonimi): in base a questa ipotesi i macro processi mondiali avrebbero prodotto la micro disintegrazione, nella vita quotidiana di milioni di persone, di quel patto di solidarietà tra uguali che chiamiamo Welfare. Ma le cose potrebbero essere andate in maniera molto diversa, forse in direzione addirittura contraria.

Potrebbe esser stata il micro della mutazione della forma morale a produrre il macro delle conseguenze socio-storiche sulle quali ci esercitiamo a riflettere. Quello che Bauman ha definito “egoismo dell’opulenza” (da intendersi come una forma emergente del sistema di benessere) ha proprio nella disuguaglianza il valore di misura fondamentale, il volano dello squilibrio nella distribuzione delle risorse. Il superamento, nella coscienza delle masse, del paradigma della giustizia sociale, la fine del sociale, hanno la stessa genesi. E se questo iter ha senso è la disuguaglianza che ha generato la globalizzazione e non il contrario.

Con la banalizzazione dello scandalo generato dalla disuguaglianza è mutato irreparabilmente il concetto di prossimità: mi è prossimo non chi ha i miei stessi interessi/bisogni ma chi è funzionale ai miei interessi; è uguale a me non chi mi è in qualche modo simile (per esempio nella finitezza) ma chi mi è utile. La nuova uguaglianza è, cioè, un tessuto di tipo connettivo e non più collettivo: “mio fratello è figlio unico” ma ha molti follower, direbbe Rino Gaetano. Ad essere mutata profondamente, cioè, è la semantica del like: non più like inteso come uguale ma like inteso come piace; da “like me/come me” a “like me/mi piace”.

Insieme allo scenario morale è mutata ovviamente anche la semantica del lavoro sociale, e di conseguenza anche il mandato e la legittimazione degli operatori sociali: complessivamente si potrebbe affermare che questa palingenesi porta con sé l’evaporazione dell’operatore sociale.

“Sono forse io il custode di mio fratello?” rispose Caino a chi gli chiese notizie di suo fratello (come Bauman ci ha ricordato recentemente). Sin da quando il lavoro sociale esiste, nella sua versione post-moderna che è quella che conosciamo e sulla cui evaporazione in conseguenza della crisi stiamo ragionando, la risposta a questa domanda-risposta di Caino è stata la stessa (“Sì, sei tu il custode di tuo fratello”) ma con una duplice intenzione: la custodia come protezione e la custodia come controllo. Paradossalmente le due diverse intenzioni, provenienti da due differenti platee di mandanti culturali, hanno configurato due diversi mandati, due diverse consegne, che però si sono ricomposti ad unità nell’azione pratica della custodia dell’altro. La protezione del proprio uguale e della sua fragilità, dunque, si è sempre accompagnata al controllo per conto di coloro che si considerano diversi nel senso di superiori. Anzi: molto spesso la protezione della fragilità è stata la foglia di fico del controllo sociale.

Ciò che oggi è cambiato, in conseguenza della evaporazione del ruolo sociale dell’operatore, è il venir meno del mandato di protezione a totale vantaggio del mandato di controllo: l’aggettivo “sociale“ dell’operatore sfuma perché è sfumata e si è modificata l’idea di uguaglianza e insieme ad essa è sfumata quella massa di persone che in essa aveva creduto e per essa si era unita; ma l’aggettivo “sociale” sfuma anche perché è irreparabilmente venuta meno quella rappresentazione di sé dell’operatore sociale che ha consentito al sistema di protezione di reggersi per anni sul vuoto strutturale di un welfare immaturo e incompiuto.

Il mandato di custodia-controllo crea oggi, negli operatori, molto meno scandalo di un tempo: si tratta in fin dei conti di un lavoro come un altro che esaurisce nell’atto di compiersi la sua ragione di esistere. In quanto non più finalizzato al cambiamento radicale del sistema, in quanto non più concepito come prova tecnica di un altro mondo possibile, il lavoro sociale diventa soprattutto lavoro precario e l’operatore sociale “impara” a rappresentarsi innanzitutto come lavoratore sociale alle prese con la grave crisi industriale del proprio settore di produzione che costringe a tagliare anche i fondi del controllo sociale.

Si racconta che a Roma, a fronte dell’ipotesi di smantellare i campi Rom, gli operatori delle cooperative sociali che ci lavorano si siano mobilitati a difesa del proprio posto di lavoro: questo aneddoto (reale o inventato che sia) è un esempio icastico della alleanza tra il mandante e l’esecutore del controllo (“Sono io il custode di mio fratello e difendo il mio diritto al lavoro di custode”).

In questo scenario complessivo giungono a maturazione due epifenomeni della disuguaglianza:

– la questione generazionale: come possono convivere identità personali e professionali, profondamente diverse tra loro, formatesi a venti o addirittura a trenta anni di distanza le une dalle altre? con che linguaggi comunicano e, soprattutto, cosa si dicono quando tentano di essere insieme soggetto collettivo, cooperativa, impresa sociale?

– la questione della salute mentale: venuto meno il buffering effect della componente “sociale” – ma anche ideologica in molti casi – del lavoro sociale, quali sono i fattori di protezione di quegli operatori, quarantenni e oltre, che oggi scoprono di essere qualcosa, precari, che non avevamo mai pensato di essere (e non perché la situazione fosse diversa ma perché erano diverse le categorie di interpretazione della realtà)?

In ultimo: tutto sommato ciò che qui ho cercato di descrivere come rapporto interno tra le diverse componenti del sistema potrebbe essere raccontato anche come rapporto dell’insieme delle componenti del sistema, disuguagliato e in crisi, col tempo: c’è stata un’epoca in cui il lavoro sociale è stato mitizzato e in quell’epoca, come ho scritto altrove, il tempo stava pieno di sé. E’ dunque forse questo tempo vuoto, questo sbiadimento della vita la principale conseguenza dell’epoca della disuguaglianza sul lavoro sociale.

(Questo articolo, con poche modifiche, è stato pubblicato sul numero di marzo 2013 di L’Angologiro – Visioni e prospettive dal sociale, rivista edita da Parsec: http://www.cooperativaparsec.it/web/media/images/editoria/1angologiro2013nr7defweblight.pdf)

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Questa voce è stata pubblicata il 9 maggio 2013. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti

2 thoughts on “Mio fratello è figlio unico (ma ha molti follower)

  1. Proprio qualche giorno fa si discuteva con un amico a proposito del rapporto che c’è tra il Comitato dei Cittadini Liberi e Pensanti di Taranto e i sindacati, di come un Comitato possa nel 2013 prendere il posto di una grande organizzazione, o rischi di prendere il posto, come la Fiom, ad esempio. La discussione era sulle forme, che sono contenuti. Senza andare per le lunghe, che devo andare a mettere “mi piace” ad altri post, la riflessione è stata che non è più possibile fare la somma delle nostre individualità, ovvero 1 + 1 non fa 2, ma rimane 1 +1, perchè nessuno (mi rendo conto di generalizzare, ma è per fare a capirci) è disposto a rinunciare alla propria individualità, senza naturalmente approfondire cosa questo significhi. Tradotto in soldoni, nel 2013 è importante “essere sè stessi” e chi lo è meglio degli altri può avere anche successo (vedi i format tipo “Amici” o abomini simili). Ecco che la disuguaglianza non è più determinata da condizioni economiche e sociali, generate da scelte politiche eccetera eccetera, ma da condizioni personali, individuali. 1 +1 fa unopiuuno e non due. Il problema vero è cosa succede quando, volendo o nolendo, ci si deve mettere insieme, vedi elezioni, o comitati o associazioni: se prima era possibile ragionare in termini di “io do qualcosa al gruppo che viene poi restituito moltiplicato” in “io non sono disposto a mettermi in discussione” (fenomeno che viene rafforzato dai social network che creano un mondo ideale fatto di gente che la pensa come me). Quindi, tornado al post, il like dell’uguaglianza non è possibile perchè ognuno è diverso dagli altri, ma è il piacere. E se posso dire, è quanto mai metafora della contemporaneità poter mettere “mi piace” ma non “non mi piace”.

  2. Da più parti della società civile si invoca un richiamo all’Etica. E alla considerazione dei valori “etici” in gioco nelle dinamiche sociali, intese in senso ampio.
    In particolare nella presa in carico delle persone, cioè nella cura, o come – con termine di natura sociosanitaria si preferisce – nell’assistenza delle persone, il tema etico è fortemente evocato.
    La triade analitica di valutazione degli agiti di natura medico-curativo-assistenziale, si sostanzia in una valutazione tecnico-sanitaria, in una antropologica e in una di natura etica, o bioetica, considerando la natura “bio”-umana degli atti.
    È indubbio che valutare presupponga la fondazione del giudizio su riferimenti valoriali.
    È evidente altresì che anche in Italia l’utilitarismo economicistico (imperante da vent’anni con l’aziendalizzazione della Sanità pubblica) ha ricondotto il fondamento etico a totem del tipo “sostenibilità della spesa”, “piani di rientro”, ecc., ridimensionando la centralità del bisogno delle persone. Tanto che la fragilità viene interpretata come un elemento di “diversità” e non di “unicità” della persona.
    La differente interpretazione non è irrilevante epistemologicamente, quindi antropologicamente e (bio)eticamente. La fragilità, secondo una condivisa definizione, è un disequilibrium dello stato funzionale della persona, che comprende fisiologicamente tre componenti: biomedica, psico-comportamentale, socio-economica. Difettando una o più di tali componenti, viene a configurarsi un quadro di riduzione del “benessere” (lo stato funzionale), da cui deriva una fragilità. In tal senso essa non si configura come una diversità, un banale allontanamento dalla “normalità”, ma come elemento antropologico identitario, unico, specifico.
    La fragilità, dunque, come elemento di unicità sostanziale della persona.
    Ma perché curare, prendersi cura delle persone? Perché custodirle, e contaminarsi con la loro fragilità? E ancora, custodia come protezione o custodia come controllo?
    Cambiamo prospettiva: perché non “custodia come responsabilità”?
    Responsabilità “civile”, a un livello collettivo e sociale, responsabilità “professionale”, a un livello istituzionale e specialistico. Ma sempre, responsabilità verso la fragilità, in termini di prevenzione, cura e riabilitazione, sensu strictu e lato.
    Il finanziamento del Welfare appare dunque di conseguenza un finanziamento e un sostegno della responsabilità. Un indirizzo politico e strategico di conservazione dello stato funzionale delle popolazioni, il lievito per lo sviluppo sociale.
    Resta da definire il riferimento valoriale, il fondamento etico dell’approccio alla fragilità.
    Conveniamo che la conoscenza è sconfinata, ma la comprensione ha confini definiti e visibili. Ogni persona è “batesonianamente” unica e identi-ficabile. Allora, se diciamo che la cura della fragilità è una atto, non dovuto, ma di responsabilità (respondère o repons-abile), se diciamo che la fragilità è “unicità” di ogni persona, sostanza identitaria, e se diciamo ancora che il modello antropologico e etico di riferimento sono il “rispetto” della persona (fragile, ma in fondo lo siamo più o meno tutti, ora o dopo), cosa ci resta da fare? Il corollario è semplice anche (soprattutto, o soltanto) anche per un bambino: difendere ogni persona, difendere la sua vita, custodire (responsabilmente) la sua fragilità.
    Alessandro Faino

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