Con una specie di affettuoso rancore

GyurkaCapitano per caso cose bellissime che non cercavi. E’ la serendipità. A me è capitato tante volte. Una recentemente…

Grazie a una leggera influenza che mi ha tenuto a letto per qualche giorno, ho potuto vedere un film bellissimo di Lájos Koltai, uscito nel 2006 e intitolato “Senza destino”, che non avrei mai potuto vedere avendolo scelto tra altri. Tutto il film, come ho già detto, è bellissimo ma è stato il finale a scuotermi nel profondo e a provocarmi uno stato di eccitazione intellettuale che si è protratta per giorni e giorni e che mi ha portato a sperare per giorni e giorni una cosa ben precisa.

Il film è l’adattamento cinematografico di “Essere senza destino”, libro autobiografico di Imre Kertész. Mi dicono che il libro, come sempre, è meglio del film. Nonostante l’influenza corro a comprare il libro ma non lo trovo in nessuna delle tre librerie alle quali mi rivolgo (nonostante l’autore sia un premio Nobel per la letteratura e nonostante il libro sia disponibile nell’edizione Universale Economica Feltrinelli). Sono costretto ad ordinarlo e a mettere dei giorni tra di noi, giorni di speranza in una cosa ben precisa.

Finalmente arriva. Vado direttamente alle ultime pagine per capire se la mia speranza era stata vana e comincio a cercare. E trovo quello che cercavo. E questo tesoro che ho trovato mi scuote ancora nel profondo come la prima volta, e poi ancora mi scuote ogni volta che lo riguardo: parole, parole inaudite e inaudibili, aprono il mondo a una possibilità verbale che mi commuove e che avevo sperato di ritrovare nel libro. Avevo cioè sperato che le parole del narratore-protagonista che avevo ascoltato negli ultimi frammenti del film fossero – identiche – anche nel libro e così era. La voce narrante riportava fedelmente alcuni brani della narrazione autobiografica.

Gyurka è un ragazzino che torna a Budapest dopo l’orrore di una lunga prigionia nazista a Buchenwald durante la quale è stato più volte a meno di un millimetro dalla morte. E’ un vero e proprio nostos di lucidità travolgente. Le persone, le loro domande, le strade, le cose. Tutto agisce e si rifrange nella mente di un ragazzino che ancora indossa gli abiti del campo di sterminio mentre cerca qualcuno o qualcosa che  per lui si facciano casa. Ma è la luce bassa del tardo pomeriggio a dare la stura definitiva a una percezione la cui chiarissima consapevolezza ogni cosa illumina di una luce scabrosa e sublime:

Era quella certa ora – persino adesso, persino qui la riconoscevo – che al campo era la mia ora preferita, e sentivo che una sensazione tagliente, dolorosa, vana si impossessava di me: la nostalgia. All’improvviso tutto era di nuovo presente, si animava, riaffiorava dentro di me, venivo travolto dagli stati d’animo più strani, scosso da ricordi piccolissimi. Sì, in un certo senso la vita là era più pura, più frugale. Mi tornava in mente tutto, passavo in rassegna tutti quanti, uno dopo l’altro, tanto quelli che non mi interessavano quanto quelli che avevano un loro motivo d’essere anche soltanto per questa reminiscenza, per la mia mera esistenza: Bandi Citrom, Pjetka, Bohusch, il dottore e tutti gli altri. E per la prima volta, adesso pensai a loro con un piccolo rimprovero, con una specie di affettuoso rancore. (…) già avverto crescere e lievitare in me questa disponibilità: proseguirò la mia vita che non è proseguibile. (…) Non esiste assurdità che non possa essere vissuta con naturalezza e sul mio cammino, lo so fin d’ora, la felicità mi aspetta come una trappola inevitabile. Perché persino là, accanto ai camini, nell’intervallo tra i tormenti c’era qualcosa che assomigliava alla felicità. Tutti mi chiedono sempre dei mali, degli “orrori”: sebbene per me, forse, proprio questa sia l’esperienza più memorabile. Sì, è di questo, della felicità dei campi di concentramento che dovrei parlare loro, la prossima volta che me lo chiederanno. Sempre che me lo chiedano. E se io, a mia volta, non l’avrò dimenticata.

Di restare senza fiato è la prima sensazione. Di sospensione del respiro tutte le volte che rileggo. E continuo a farlo. E perdo le parole. Come fossi in adorazione di questo monumento alla parola e alla sua forza, alla lucidità e alla sua rifrazione, alla verità interiore e alla capacità di sostenerla.

Un ricordo s’accosta all’ennesima elettrica silente elaborazione: mi torna in mente il signor Mohole, l’alter ego del signor Palomar, che Calvino tenne da parte vergognandosi delle cose che pensava (“ma come avrei fatto a scrivere i dialoghi  di Mohole, se avevo degli scrupoli di queste genere?”), perché Mohole era “la parte oscura e disincantata” di quel Palomar “in cerca d’un’armonia in mezzo a un mondo tutto dilaniamenti e stridori”. Il libro fu pronto quando Calvino capì che Mohole viveva in Palomar e che Palomar era anche Mohole.

Leggo e riporto testualmente le mie note appuntate a penna anni fa sulle pagine iniziali di Palomar: il piccolo nel grande, il grande nel piccolo – il buio oltre la luce, la luce oltre il buio.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 marzo 2013. Aggiungi il permalink ai segnalibri.