A mio padre (e a quei trenta cornetti)

Immagine 003Quella volta la mia obesità mi fu lieve. Francesco e Antonio erano ancora piccoli e Giuseppe era ancora molto lontano dal nascere. Insieme a pochi amici ci sistemammo in un bungalow sulla spiaggia di Rossano Calabro. 

Nel bungalow di fianco al nostro si sistemarono due giovani famiglie. La mole di uno di loro mi rincuorò sui miei margini di miglioramento: era alto almeno venti centimetri più di me, ma soprattutto pesava alcune decine di chili più di me.

Come sempre succede in campeggio, facemmo amicizia immediatamente e già la prima sera di quella che sarebbe stata una lunga vacanza insieme, unimmo dopo cena le nostre tavolate. Passata da un bel po’ la mezzanotte i nostri vicini proposero di fare un salto alla cornetteria del lungomare per comprare dei cornetti. Potete immaginare se accettammo. Arrivati sul posto, il mio nuovo amico (gli stavo sempre vicino perché per la prima volta sembravo esile) contò ad alta voce di quante persone era composta la comitiva (8 adulti) e ordinò trenta cornetti alla Nutella. Per ingannare l’attesa ordinò per sé anche un maxi frappè alla banana. Io non opposi resistenza e pensai che forse mi mancava qualche passaggio.

Tornati alla nostra tavolata notturna i trenta cornetti ebbero vita breve: il mio nuovo amico (al quale avevo tacitamente affidato per quei quei giorni il compito di nutrire la mia autostima corporea) da solo ne fece fuori quindici. Per questo, per non saper leggere e scrivere, valutò se spararsi una dose aggiuntiva di insulina…

Qualche giorno dopo, essendo aumentata la confidenza tra di noi (anche grazie al fatto che avevamo superato indenni i gavettoni di ferragosto riparandoci dietro di lui che, oltre alla mole, esibiva un fucile ad acqua con un serbatoio di cinque litri che sparava con una potenza che faceva strage di bagnanti) mi allargai un po’ e gli chiesi dei quindici cornetti, delle insalatiere di spaghetti aglio-olio-e-peperoncino che emozionavano le nostre notti calabresi, dell’insulina, dei centosettanta chili, della sua giovane età e di tutto il resto.

La sua risposta, lo avrei capito solo tempo dopo, mi fu fatale. Con la sua essenziale argomentazione aveva, in qualche modo, contribuito a ridefinire per sempre il mio mondo artigianale e personale. Ecco cosa mi disse, parole testuali: “Vedi Felì, io dovrei vivere tutta la mia vita come un malato per avere la soddisfazione di morire sano. Invece vivrò come se fossi sano e purtroppo morirò malato”.

A quelle parole mi affezionai subito, come alla persona che le aveva pronunciate, e continuarono negli anni successivi a ritornarmi in mente durante il mio lavoro sulla cura e sulla salute, ma anche durante le mie elucubrazioni più personali sul mio rapporto col cibo. Pure mi tornavano in mente, per associazione di idee credevo, quando pensavo a mio padre e al suo rapporto col cibo e con la malattia, il diabete, che lo avrebbe a soli sessant’anni invalidato al cento-per-cento per dieci lunghi anni di calvario.

Mi sembrava di averle già sentite quelle parole. Ne ero sicuro anzi. Anche se non in quell’ordine preciso, non con quella specifica “morale”. Erano parole “mie” nel senso che erano radicate nelle mie cose, nella mia storia. E sentivo che andare all’origine di quell’argomento mi sarebbe servito, mi avrebbe fatto bene. E dunque cercai. E credetti di avere fortuna e successo: scoprii che quel concetto aveva cominciato ad acconciarsi nel pensiero di un certo Luigi Alvise Cornaro, un nobile veneziano che nel 1558 scrisse Della vita sobria, e che poi era stato ripreso da Goldoni che però lo attribuiva al francese Robert ma non escludeva avesse a che fare con la Scuola di Salerno, ecc… Ma la soddisfazione più grande fu scoprire che erano scritte anche ne La coscienza di Zeno, in quel primo capitolo che sembra parli di me: Italo Svevo chiude il cerchio citando proprio Goldoni e dicendo che avrebbe voluto “morire sano dopo di esser vissuto malato tutta la vita”. Credetti di aver concluso la ricerca.

Per me professionista quelle parole rappresentano una forte suggestione sul rapporto tra ricerca della salute e ricerca del piacere. Mi avvisano che nel novero dei comportamenti fortemente, patologicamente, orientati alla soddisfazione del piacere il concetto di salute si divarica irrimediabilmente:

– a una estremità alcuni agiscono un’idea di salute che si ottiene con la continua ricerca di ripetuti e successivi stati di piacere; dal punto di vista temporale, in questo caso, la salute è qui e ora, sta nella prossimità (la salute è adesso) e si sovrappone esattamente al concetto stesso di piacere: l’obiettivo è stare bene.

– a un’altra estremità alcuni agiscono un’idea di salute che ha quasi la forma di una lotta personale contro il destino, una sorta di sfida per la salute a tutti i costi: questa opzione (la cui forma più euforica e consumistica è il salutismo mentre quella più disforica e moralistica è l’ortoressia nervosa) distingue nettamente la salute dal piacere; dal punto di vista temporale, in questo caso, la salute è situata in un tempo e in luogo che verranno, la salute è un processo, un percorso, un progetto al quale lavorare costantemente anche con sacrificio (la salute non è adesso): l’obiettivo è stare bene.

L’obiettivo è uguale per entrambi, dunque, ed è stare bene: è il significato di stare bene che cambia profondamente e cambia perché è diversa la scelta del tipo di piacere da provare e cambia perché cambia il proprio rapporto col godimento.

Questa differenza (non solo semantica, evidentemente) è resa possibile da un’altra dicotomia. E’ anche il concetto di malattia ad essere irrimediabilmente divaricato:

– da una parte la malattia è considerata una condizione data, ineluttabile, del proprio corpo (e qui il corpo è inteso sia come korper, corpo fisico, che come leib, corpo nella storia) con la quale convivere e fare i conti tutti i giorni ridefinendosi costantemente in funzione di essa, oppure con la quale stipulare un accordo di non belligeranza, un armistizio, oppure da ignorare, fingendo che non ci sia.

– da un’altra parte la malattia è l’orizzonte di senso di una intera forma di vita, la stella polare che indica la strada tenendosi lontanissima, è lo scandalo demartiniano, il punto di non ritorno, la minaccia alla purezza, il pericolo che attacca l’integrità.

Ivan Illich avrebbe detto che entrambi i gruppi sono vittime della progressiva medicalizzazione universale della vita: i primi subiscono una “colonizzazione interna della libertà da parte dell’abbondanza”, i secondi sono vittime di una “illusoria ambizione di produrre una salute migliore”.

Mio padre stava decisamente dalla parte dei primi, di quelli che dicono “la vita è adesso“. E solo oggi capisco che non avevo capito niente: erano sue le parole che sapevo di aver sentito, non di Goldoni né di Svevo. Era lui che, a modo suo e sin da quando ero bambino, me le ripeteva spesso. Più di quanto immaginassi, quelle parole erano sorelle di quelle altre che ripeteva sempre nel nostro dialetto: “accendi le luci, che passeremo tanti anni al buio”.

A lui, per scherzo del destino, toccarono due medici con antropologie opposte: uno gli vietava qualunque forma di piacere per preservarlo dalla ingravescenza della malattia e per allungargli la vita; l’altro gli concedeva ogni cosa per alleviare il peso della malattia e per rendere un poco più piacevole quella vita residuale.

Per me persona quelle parole sono come uno schiaffo in pieno volto, un pugno nello stomaco e una ferita lacerata: io con la ragione così lontano da lui, io con l’istinto così perdutamente uguale a lui.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 febbraio 2013. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 5 commenti

5 thoughts on “A mio padre (e a quei trenta cornetti)

  1. Tutta la nostra vita è un continuo altalenare tra gli opposti, senza soluzione di continuità, senza scelte definitive ( impossibili ) tra ragione e istinto , o piacere, o comunque ciò che in qualche modo ci trascina, ci prende. In fondo, se non ci abbandonassimo all’irrazionale non credo che potremmo attraversare indenni questa vita.

  2. “Signor Scaringi, il suo diabete e la sua ipertensione non sono malattie di cui pre-occuparsi, sono due malattie di cui occuparsi”. Questo è quanto mi disse il medico del centro diabetologico dell’ospedale Villa Marina di Piombino. Sono passati da allora oltre dieci anni, considero le “mie” malattie come le mie due anime gemelle, come due bonari custodi che stanno lì ad ammonirmi sulla finitudine, ma anche a darmi un senso della misura che è uno degli ingredienti principali del benessere mio e di chi mi sta vicino. Anche mio padre è morto per le complicanze del diabete a poco più di 60 anni, anche se io ho sempre pensato, e continuo a pensare, che in realtà era già morto a poco più di 18 anni, quando si ritrovò come soldato volontario in Cirenaica, a sopravvivere nella follia totale di una guerra spaventosamente astratta, completamente immotivata e irragionevole, spesso costretto a bere la sua stessa urina per non morire di sete. Di tanto in tanto sentiva il bisogno di parlarcene a tavola, e piangeva. Mangiava e fumava, fumava e mangiava. Un lento, dolorosissimo suicidio.
    Amo sentire il mio corpo in movimento, amo passeggiare di buon passo filtrando nelle mie narici l’afrore delle campagne e dei borghi toscani, amo sentire i miei passi sul selciato la sera sul ponte Carlo a Praga o lungo la Calle Longa di Santa Maria Formosa a Venezia, amo passeggiare per Trani lasciando che i miei ricordi rimbalzino sui palazzi e le chiese e i balconi, mi piace ancora perdermi a Milano camminando per ore, amo le escursioni domenicali tra tombe etrusche e profumi di macchia mediterranea e il mare e l’arcipelago toscano sullo sfondo mentre Alan mi racconta antiche storie scozzesi. Amo nuotare nel mare, nel fiume e nei laghetti termali. Amo mangiare del buon cibo preparato con ingredienti sani, ne prediligo gli accostamenti armoniosi, lo stesso per il bere.
    Non amo tutto ciò che mi preclude tanta bellezza, tanto benessere: il mio grasso addominale. Quello che rende i miei risvegli affaticati, quel sacco che trasforma il semplice gesto quotidiano dell’infilarmi le calze in uno dei momenti più angosciosi della giornata. Non amo tutti coloro che vogliono costringermi a mangiare o a bere quando ho raggiunto il mio limite.
    Il mio grasso addominale è lì a ricordarmi le mie viltà, la mia mancanza di coraggio, i momenti in cui non sono stato capace di dire “NO”. E’ anche lì a ricordarmi la condizione di subalternità sociale della mia famiglia.
    Quando andavo al lavoro mi capitava, raramente, di arrivare con qualche minuto di ritardo. La mia responsabile, persona molto cara, mi faceva il segno dell’orologio picchiettando l’indice della mano destra sulla parte esterna del polso sinistro, io la guardavo e fingendomi sconsolato le dicevo “Perdonami Sandra, guardandomi allo specchio stamattina sono rimasto sconvolto dalla mia bellezza e non riuscivo ad allontanarmene”.

    “… E mi si raddolcisce ogni ferita,
    ogni dolor si disacerba, in questa
    maturità dell’anno e della vita …”

    Armando Perotti

  3. da Margherita che a quest’ora di notte non digerisce ciò che lei stessa ha cucinato,rispettando la Tradizione, e che invece tutti gli altri ormai hanno già metabolizzato… Da quando ho figli mi capita di sentire uscire dalla mia bocca intere frasi che pronunciava mia madre, voce che per altro le somiglia per la cadenza pugliese in terra straniera, ed ora che mio figlio maschio è adulto anche di mio padre. Effetto tremendo all’inizio, da film l’Esorcista! Ora ho razionalizzato e in quel momento mi sento solo “tramite sonoro” di valori culturali che solo in seguito reputo o no miei cioè della mia persona.Solo allora decido se stare attenta a non ripeterli o almeno a provarci. Non sarei così sicura caro Felice,che le parole di tuo padre fossero da lui coscientemente rivolte alla tua persona, e quindi lo schiaffo, ma bensì pronunciate anche a se stesso nel suo ruolo e stato di padre adulto, memoria fisica degli avi. E’ la Tradizione che per trasmettere i suoi valori parla a te, a me e di seguito alle nostre generazioni…

  4. “E solo oggi capisco che non avevo capito niente: erano sue le parole che sapevo di aver sentito, non di Goldoni né di Svevo”…
    E solo oggi accetto pienamente quelle parole che mio padre non dice perchè le sue mascelle sono spesso impegnate a tritare morsi di piacere che ruba ai giorni faticosi tra il dolore costante nelle ossa e le sedute settimanali che lo costringono ad una macchina…
    Accetto che viva da sano e muoia da malato,
    accetto che mi rubi il dolce che mangio lentamente…
    Sarò più lenta ora, perchè la tua ricerca e la tua riflessione mi fanno fermare ad osservare con gli occhi della malattia!!
    Il cerchio non è mai chiuso…
    E come spesso accade, mi ritrovo nel tuo !
    Ti voglio bene Feli e te lo dico ora, in vita 🙂

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