Quanto male può fare una risposta

AliceVisti da lontano e dall’alto sembrano grappoli di funghetti riparati a centinaia sotto i tronchi della grande pineta della nostra vecchia comunità. E invece sono ombrelli e ombrellini: quando piove così è complicato arrivare fino alle scale della scuola elementare e la strada e il cortile sembrano una festa di paese rovinata dal maltempo. Vicino a me una bambina cala la mano che tiene l’ombrello e, in attesa di veloci istruzioni, con lo sguardo chiede a suo padre cosa ne deve fare; lui, risolutamente, la libera dall’ingombro e le dice “lo porto via io sennò te lo rubano”…

Mentre tra me e me emetto una sentenza dialettale il cui senso gli autoctoni intenderebbero chiaramente, la bambina – che ne frattempo si era girata per salire le scale – si gira nuovamente su se stessa, afferra il padre dall’impermeabile, lo tira a sé e gli stampa un bacio sulle labbra. “E’ pazza di lui” mi dico e dentro di me, chiarissima, l’invidia mi scuote (apro una parentesi: non avere una figlia femmina è un vuoto che mi ingombra sempre più man mano che invecchio; chiusa la parentesi).

Il punto non è che è pazza di lui: ciò che mi suggestiona è che si fida ciecamente di lui, dei suoi consigli, delle sue istruzioni per l’uso. Si fida di chi non si fida. Si fida di chi diffida. Si fida di chi la istruisce a diffidare (delle sue amiche e dei suoi amici, della maestra…). Meccanismo perverso. Lo immagino elargire istruzioni di questo tipo anche in altre situazioni, magari anche indirettamente: mentre aspettano di entrare dal pediatra lui dice a sua moglie che in fondo non si fida del pediatra che sicuramente fa solo il suo interesse; gli arriva il verbale dell’assemblea di condominio e dice che non si fida dell’amministratore che sicuramente fa i fatti suoi; devono partire per le vacanze con gli amici e dice che vuole mettere in chiaro un po’ di cose perché altrimenti gli amici (!) fanno qualche ciambotto (sarebbe la zuppa di pesce dalle mie parti, si usa per dire imbroglio); va trovare la nonna e dice che sarebbe meglio sistemare per tempo la questione dell’eredità che non si sa mai come va a finire con i suoi fratelli. E lei ascolta e prende nota. E con queste note costruisce la sua matrice delle relazioni familiari, amicali, sociali. E con questa matrice disegna la mappa delle sue relazioni familiari, amicali, sociali. E in base a questa mappa modulerà la sua capacità/possibilità di affidarsi e confidarsi.

La guardo allontanarsi mentre suo padre è già andato via (a nascondere l’ombrellino?). Lui lo immagino preoccupato, di quella preoccupazione persistente, soffusa, costante, che ti priva di quella ordinaria serenità che serve per respirare, che ti impedisce di gioire e di ringraziare qualcuno o qualcosa per ciò che hai e che fai. E un po’ mi dispiace.

Lei, se solo potesse immaginarlo, mi fa venire in mente Alice che nel Paese delle Meraviglie si fida e beve le diverse pozioni, si fida e attraversa i giardini, si fida e insegue il coniglio, si fida e si siede a tavola, si fida e discute discussioni che altrimenti non avrebbe potuto discutere. Fidandosi Alice attraversa il mondo delle meraviglie, si trasforma continuamente e contribuisce a trasformarlo. Alice – ecco il punto – non solo si fida, non solo si affida, non solo si confida: Alice anche si sfida.

E allora mi chiedo dove si metta la differenza tra fidare e diffidare, tra proteggere e rischiare, e intuisco ancora una volta che si mette esattamente nel punto di di accettazione della complessità: la spinta a diffidare nasce dal tentativo (disperato, nel senso di senza speranza di successo) di ridurre la complessità, di semplicizzare la realtà.

E’, questa operazione di banalizzazione della realtà, questo bisogno di tenere tutto sotto controllo, questa classificazione compulsiva della realtà in categorie manichee, una vera e propria ordalìa, ben più pericolosa dell’azzardo di attraversare la realtà a testa alta. E’ come giocare a una tragica mosca cieca portando per mano una bambina che, mentre costruisce la sua benda, impara a muoversi a tentoni.

Ma a chi giova negare la complessità?

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Questa voce è stata pubblicata il 14 febbraio 2013. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 7 commenti

7 thoughts on “Quanto male può fare una risposta

  1. L’argomentazione è affascinante e meravigliosa.
    Ma assume l’idea di un uomo che diffida totalmente.
    Magari, semplicemente, ha adeguato un comportamento ad un’esperienza particolare e reale.
    Quello della semplificazione mi sembra un nodo insuperabile.
    Forse lo spaesamento di questi nostri tempi post-ideologie semplificatrici (capitale/lavoro – destra/sinistra), con questo dilagare di un centro delle indecisioni complesse, è proprio il segno di una necessità di semplificazione che non sa confrontarsi con le nuove complessità.
    E si affida al tecnico, che ha già un suo paradigma ideologico semplificato, accreditato dalle buone frequentazioni (Fmi, BCE, Trilateral Commission, etc.).
    Un certo livello di semplificazione è necessario per agire, per non fare annegare la decisione nelle infinite variabili complesse.
    Sguarnita di studi adeguati, credo che si proceda sempre per tentativi di semplificazione, di riduzione della complessità entro limiti sostenibili nell’adozione di scelte di comportamento.
    E forse il problema è piuttosto la capacità di essere aperti a rimettere in discussione i propri paradigmi semplificanti.

    • Ci sono situazioni che si manifestano in un certo modo e si prestano a fare da pre-testo a una riflessione.
      Di quell’uomo non assumo nulla, né lo assumo come totalmente diffidente: io letteralmente “immagino” ma lui – dopo la scintilla iniziale – nella mia immaginazione già non c’è più. Mi interessa il processo, il fenomeno, non la persona. Ci sta pure che è stata la prima volta che in vita sua ha detto una cosa del genere e che lui stesso si sia chiesto “che cavolo ho detto”?
      Nella parte introduttiva di HO PERSO LE PAROLE dedico un po’ di spazio alla epistemologia della semplificazione approfondendo, tra l’altro, la dicotomia semplicità versus semplificazione: “La realtà è sempre complessa; renderla semplice è piuttosto compito dello scienziato” scrive Gluckman che poi invita a “cercare la semplicità e a dubitare di essa”.
      Grazie del commento stimolante.

  2. e se fosse che il padre teme che la bimba in quanto tale, giustamente tale, potrebbe lasciare quell’ombrellino chissà dove,una volta che ha smesso fi piovere e lei gioca/vive con il suo mondo? e se fosse che quelle sono le sole carte che si trova in mano in quel momento per non perdere l’ombrellino che magari egli stesso gli ha comprato scegliendolo con cura fra mille altri proprio per lei? non ha grandi capacità di analisi, magari pensa al mutuo da pagare, al lavoro che traballa, però non vuol ferire la figlia perché non sa spiegarle che non è che non si “fida” di lei come persona ma che “sa” che a quell’età altre sono le priorità, non certo aver cura dell’ombrellino, e poi non ha letto molti libri sull’inutilità di rappresentare le cose complesse in modo semplificato senza banalizzarle, e che c’è differenza tra semplicità e semplificazione. insomma c’è una realtà: il padre-la bimba-l’ombrello, e poi ci sono tante verità. questa è una.

    • La storia del padre e della bambina è solo un pretesto per dire delle cose.
      In questo articolo non c’è alcun giudizio nei confronti di nessuno.
      Soprattutto non c’è alcuna ricerca della verità.

  3. Molti anni fa venni a trascorrere le vacanze estive nella nostra comune patria e matria. Una mattina io e mia moglie andammo a mare presso una nota località e parcheggiammo la nostra vecchia Opel targata LI lungo una strada dove c’erano molte altre auto. Al ritorno trovammo la serratura forzata, che però non aveva ceduto, l’auto era pertanto ancora chiusa. riuscimmo ad aprirla con la chiave e a tornare a casa dei nostri. Il carrozziere mi disse che trattandosi di una serratura speciale la necessaria sostituzione mi sarebbe costata 150.000£. Mi sembrò del tutto normale andare a denunciare l’accaduto ai carabinieri, ma il buon uomo che mi trovai di fronte mi disse che in quei giorni erano alle prese con innumerevoli furti d’auto, motivo per cui la mia denuncia sarebbe passata inosservata. Quando riferii la cosa ai miei parenti, indigeni DOC, mi diedero del fessacchiotto perché, mi spiegarono, avrei dovuto sapere che, essendo la mia auto targata LI, sarebbe stata presa di mira. Secondo loro avrei potuto tranquillamente evitare di fare da esca mettendo un foglio in evidenza con su scritto che, sebbene la macchina fosse stata immatricolata altrove, i proprietari erano del paese di cui stiamo parlando.
    Nelle zone in cui noi siamo nati e cresciuti l’argomento “ladri” è sempre stato pervasivo in quasi tutti i discorsi, un fantasma rimbalzante più inventato che vero, frutto di un’immaginazione al servizio della sfiducia programmata, una delle tante tessere di un puzzle che, una volta composto, definisce e sancisce le gerarchie dei disvalori sociali:
    – il dritto è colui che non si fa fregare
    – le brave persone si fanno gli affari loro
    – il dritto è buono e caro ma guai se gli pestano un piede
    – “la gente”, “i cristiani” sono fatti così
    – al nord certe cose non succedono
    … e tutto l’armamentario della paccottiglia del senso comune che soggiace nelle parole e nei pensieri di coloro a cui piacciono le semplificazioni.

    “Non c’è altra vita morale che nel perpetuo rinnovamento, vale a dire nella sempre rinnovata verifica che la persona è disposta a fare del giudizio di valore attraverso l’esperienza e la critica – come negli altri campi di ricerca della verità. Senza perpetuo rinnovamento morale non può stare in piedi una civiltà fondata in ragione, una cultura radicata nella coscienza critica delle persone invece che nella tradizione, nella religione, nell’autorità o nella forza”.

    “La questione morale” di Roberta De Monticelli – Raffaello Cortina Editore

  4. un ombrellino, forse un genitore iperprotettivo, che avrebbe fatto meglio a spiegare ad essere attenta alle sue cose perche’ in classe lui non e’ presente e si puo’ verificare anche li’ che sparisca qualcosa e la bimba dovra’ cavarsela da sola. Ritengo che l’adulto, genitore soprattutto, ma anche maestro, professore o chi ha interesse dei nostri ragazzi ha un enorme ruolo ed impegno : insegnare a vivere bene, rispettandosi.
    Non disperare per la figlia donna che non ti è arrivata, pensa alla complicita’ tra uomini che invece c’e ed a tua moglie che è in minoranza….
    ciao Nuccia

  5. Questa storiella del papà, bimba ed ombrellino fa pensare anche a me , come a Nuccia, come viene trasmesso nell’educazione il senso della protezione: protezione delle proprie cose, protezione di sé, della propria integrità. La bimba si fida del papà perché lui ha il ruolo di proteggerla, e quando questa protezione non si può esercitare fisicamente, la soluzione che trova è di fornirle degli strumenti esterni: fiducia/sfiducia sono tutte categorie astratte basate su schemi mentali….un approccio maschile. Il problema non è la semplificazione a mio avviso, che è necessaria per noi esseri umani incapaci di tollerare troppe dissonanze. Il problema è che queste semplificazioni dovrebbero essere sviluppate individualmente, a partire dall’infanzia, sulla base dei propri istinti ed apprendimenti ed esperienze. Insegnando a fidarsi delle proprie intuizioni, esperienze ed apprendimenti. Ed affinandoli. se ne fosse stato capace o solo attento quel papà avrebbe potuto chiedere “che ne pensi, ti può servire ancora o ne puoi fare a meno di questo ombrello?” Questo esercizio soprattutto per le bambine credo sia davvero cruciale, e cruciale che siano le loro madri a trasmetterglielo per una navigazione più sicura anche nel Paese delle Meraviglie.

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