Il tradimento più grave

TraditiFinalmente sono state pubblicate le motivazioni della sentenza che qualche mese fa, per via della condanna dei sette componenti della Commissione Grandi Rischi, scatenò un secondo terremoto, questa volta mediatico e ipocrita. Fu fatta pretestuosamente circolare in tutto il mondo la falsa notizia che i sette scienziati (definiti come “le migliori professionalità scientifiche a livello nazionale”) erano stati condannati perché non avevano saputo prevedere il terremoto. Ovviamente non era così e che non fosse così era già chiaro a chiunque avesse avuto davvero voglia di capire.
Ora, finalmente, tutti possono leggere con estrema chiarezza come stavano le cose: che i terremoti non si possano prevedere lo dice il giudice stesso che però aggiunge che gli esperti, obbedendo agli ordini di Bertolaso che a sua volta obbediva agli ordini di qualcun altro che voleva a tutti i costi abbassare la soglia dell’attenzione, “lasciarono il loro sapere in un cassetto e si prestarono a una operazione mediatica” e per questo motivo, dice sempre il giudice, “si ravvisano gravi profili di colpa nell’adesione colpevole e acritica alla volontà del Capo del Dipartimento della Protezione Civile”, adesione che ha prodotto “effetti devastanti sulle abitudini cautelari tradizionalmente seguite dalle vittime incidendo profondamente sui processi motivazionali delle stesse”. Il giudice non lesina giudizi pesanti: “valutazioni approssimative e generiche”, “carente analisi del rischio”, “ampia e netta divaricazione tra la condotta tenuta in concreto e la regola precauzionale applicabile”.

Per almeno un paio di motivi questo tragico episodio della tragica storia di questo tragico Paese è emblematico e suggestivo per chiunque si occupi di cura e di cultura:

Il primo.
Per molti secoli, milioni di donne e di uomini hanno invano scrutato con timore il cielo e la terra per capirne le intenzioni e per intenderne le ragioni: per silenziare in qualche modo il senso di spaesamento e di scandalo (“la crisi della presenza” di cui parlava Ernesto De Martino) che li sovrastava si sono dati mille spiegazioni che in qualche modo potremmo definire “funzionali allo scopo”. L’avvento di quella che un giorno si sarebbe chiamata “scienza” ha in qualche modo affrancato l’umanità dalla sua immaturità e l’ha spinta verso le vette ambiziose della conoscenza epistemologicamente fondata. Da allora ciascuno guarda alle donne e agli uomini di scienza con un sentimento di rispetto e di gratitudine, ma anche di affidamento e di fiducia (si pensi all’affetto e alla stima che hanno caratterizzato la vita e la morte di Rita Levi Montalcini i cui contributi al progresso della scienza sono però paradossalmente ignoti alla gran parte della popolazione). Ebbene, per questo motivo il bieco asservimento degli uomini di scienza alle perversioni dei potenti di turno è un tradimento che in ogni tempo e ad ogni latitudine ha ferito insanabilmente il corpo di per sé malaticcio delle comunità umane: così è stato anche questa volta, a L’Aquila, dove accademici dei Lincei, baroni universitari e soggetti polimorfi si sono prestati a una messa in scena commissionata da un improbabile Richelieu “de noantri” per conto del suo Luigi XIII.
Ernesto De Martino (influenzato da Antonio Gramsci?) scrisse che scienza e politica stanno tra loro in un rapporto di reciproca necessità: la scienza mette a disposizione della politica l’analisi della realtà con le sue diverse sfaccettature e la politica indica le priorità (“l’agenda” si direbbe oggi) sulle quali la scienza deve intervenire con una competenza “politicamente orientata” (giacché nessuno intervento di modificazione della realtà può essere a-politico). Questo rapporto virtuoso descritto da De Martino (e in qualche modo ripreso, mutatis mutandis, da Enrico Berlinguer in un famoso discorso del 1974 agli intellettuali) non è mai stato un dispositivo forte della nostra cultura – che invece ha immaginato una sorta di totale indipendenza della scienza dalla politica – e per questo appare ancora più paradossale quanto accaduto in questo sciagurato episodio de I Magnifici 7: qui però, è bene chiarirlo, la relazione peccaminosa non si sviluppa tra Scienza e Politica intese come categorie “in purezza” ma tra due forme di Potere (inteso nella sua accezione peggiore di oligarchia/burocrazia impegnata a perpetrare se stessa nel tempo) alleate tra loro e rese simili dal comune disprezzo per ciò che considerano inferiore.
Ed è proprio questo moto spontaneo e continuato di disprezzo la cartina di tornasole che ci spiega che non si tratta né di Scienza né di Politica: queste, infatti, sono tali solo se si concepiscono al servizio di quelle donne e di quegli uomini che, metaforicamente, ancora oggi scrutano il cielo e la terra sperando di intuirne le intenzioni e di comprenderne le ragioni.

La seconda.
Di una Commissione Grandi Rischi incaricata di valutare e, in qualche modo, di prevenire il pericolo di una devastazione si fa fatica a dire che non si prenda “cura” della gente che le è affidata. In fondo che differenza c’è tra la relazione che intercorre tra questa Commissione e la popolazione de L’Aquila (in questo caso) e la relazione che intercorre tra un medico e un suo paziente (per esempio in una situazione di emergenza, nella quale il cittadino/paziente/malato non sceglie davvero a chi rivolgersi ma deve affidarsi a colui/coloro che gli tocca in sorte perché il caso o qualcuno ha scelto per lui)? Nessuna.
Dal punto di vista della struttura della relazione, non c’è nessuna differenza: c’è qualcuno che deve fidarsi e affidarsi e c’è qualcuno che deve, in scienza e coscienza, prodigarsi per il meglio: al netto del rischio di banalizzazione che è insito in qualunque semplificazione (e questa lo è certamente) questa forma della relazione è la più antica che noi si conosca, è la scaturigine del nostro senso di inclusione e della nostra capacità di comprensione, è la forma della Cura.
La Cura – giova ricordarlo? – (la Cura ricevuta ma per altri versi anche la Cura data) è il big bang della nostra capacità di stare al mondo, è il terreno sotto i nostri piedi, è l’origine del nostro “esserci”, è ciò che rende domestico lo spazio che esploriamo, che ci consente di superare lo scandalo dell’esistenza, di vivere la crisi della presenza. La Cura è tutto questo.
Ed è per questo che la ferita aperta sul corpo metaforico della popolazione aquilana e, per empatia, della popolazione tutta, non può essere liquidata bellamente con sotterfugi dialettici o arrampicamenti sugli specchi. Per descriverla c’è soltanto una parola: TRADIMENTO.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 gennaio 2013. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti

2 thoughts on “Il tradimento più grave

  1. Pingback: Processo Grandi Rischi: un paio di cose da leggere | tarantula, il ritorno

  2. Sono impressionato dalla lucidità di analisi della prima motivazione, ma lo sono,se fosse possible, ancora di più dalla seconda motivazione, che mi trova totalmente in sintonia e di cui, quasi quotidianamente, ricevo purtroppo conferme. Il tradimento è effettivamente la percezione che precede la delusione e la rabbia, ma tutta questa frutrazione basterà per animare una muta rivoluzione nel nostro senso civico?
    …Staremo a vedere…

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