La mia vita. Il tuo Dio.

La bellissima e coraggiosa lettera di Giulia Facchini Martini in morte di suo zio, il Cardinale Carlo Maria Martini, (http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_settembre_4/cosi-voleva-essere-addormantato-2111678973083.shtml) ha aperto due stanze della mia mente.

La prima.
Pochi mesi fa, la sera del 4 febbraio, tenendole la mano e senza mai staccare i miei occhi dai suoi, anch’io ho accompagnato mia madre nel momento dello scambio tra la vita e la morte, seguendone gli ultimi respiri ognuno come fosse l’ultimo, ognuno come fosse il primo di una nuova e interminabile serie.

Nel momento finale (quando il mondo intorno collassa e il tempo si fa deserto) ho trattenuto a lungo il respiro, come per una sorta di empatia corporea, in realtà soffocato dal più grande dei misteri e dalla mia incapacità di avere risposte.
E ancora potevo vedere con i miei occhi che mia madre non c’era più. E non sarebbe più stata.
Mai più. Mai più. Mai.
In quanto mai più figlio (“d’ora in poi solo padre” mi dicevo) ho provveduto volentieri alle sue necessità, a quelle fisiologiche, a quelle dello Stato e a quelle della sua fede. E con rispetto filiale l’ho giustapposta, la sua fede, al mio silenzio interiore, alla mia esigenza di chiarezza, di verità e di libertà.
Anche dopo il momento finale conviviavano, come avevano sempre fatto, le nostre differenze.
Nonostante la lunghissima e terribile malattia, penso che la sua sia stata tutto sommato quella buona morte cui tutti dovrebbero avere diritto. Epperò, se avessi potuto decidere io per lei, sicuramente le avrei accorciato l’agonia, io glielo avrei dato uno sconto di pena in considerazione di tutte le sue attenuanti, degli anticipi da lei già versati sul conto della sua esistenza straziata.

La seconda.
Riccardo Ierna su FB ha scritto: “c’è chi può scegliere di rifiutare le cure per status e per ruolo di potere ed allora petali di rosa sulla sua bara. E c’è chi sceglie di rifiutare dalla sua piccola posizione di uomo tra gli uomini e viene dannato per l’eternità (…) sarebbe da capire perchè nel caso Martini si tratta di accanimento terapeutico e nel caso Englaro di omicidio volontario aggravato (…) se poi vogliamo prendere un’altra situazione del tutto simile a quella del cardinal Martini possiamo senz’altro fare riferimento al caso Welby (paziente cosciente e consapevole delle sue condizioni) e ci troveremmo di fronte allo stesso paradosso (…) se non altro dovrebbe far riflettere il fatto che a Pier Giorgio Welby non è stato consentito un funerale cattolico perchè suicida. Mentre il cardinal Martini lo avrà con tutti gli onori di santa romana chiesa nonostante il fatto che sia, con i suoi atti ed i suoi intendimenti, nello stesso girone dantesco di Welby”.
E’ vero: la grande stima per il Cardinale Martini e l’apprezzamento per la scelta sua e della sua famiglia non devono farci perdere di vista il fatto che c’è un problema di pesi e di misure. E solo in un paese come il nostro, debole con i forti e forte con i deboli, può sembrare normale che nessuno sia uguale di fronte al giudizio degli uomini e delle istituzioni.
Io la immagino Giulia Facchini Martini mentre cerca e pesa a lungo le parole e mentre cerca dentro di sé il coraggio per dire le cose come stanno, per scrivere di questa cosa, la vita e la morte di tutti, che non è chiaro a chi appartenga, se al Dio di qualcuno o se a tutti e a ciascuno.
Il modo con il quale la Chiesa Cattolica fa parti disuguali tra uguali non sarebbe problematico se fosse riferito semplicemente a una questione interna alla Chiesa stessa: esso invece diventa un gravissimo problema per colpa della continua, pervicace, atavica, irrisolvibile pulsione della Chiesa Cattolica di regolare l’esistenza di chi cattolico non è, della bizzarra idea che si possano estendere a tutti le proprie soggettive regole, della mai superata tendenza alla colonizzazione delle coscienze.

Chiudo questo articolo adesso, così com’è adesso, senza pretendere che mi soddisfi, mentre ancora è una bozza da rivedere, perché voglio che sia come l’esistenza (che è cosa diversa dalla vita), che sia un progetto di cui non sempre si può disporre completamente ma del quale ognuno e ciascuno deve poter sempre disporre per farne ciò che vuole.

Mare dentro, mare dentro
senza peso nel fondo
dove si avvera il sogno
Due volontà fanno avere un desiderio nell’incontro
il tuo sguardo, il mio sguardo
come un eco che ripete senza parole: più dentro, più dentro
Fino al di là del tutto
attraverso il sangue e il midollo
Però sempre mi sveglio
e sempre voglio essere morto
per restare con la mia bocca 
sempre preso nella rete dei tuoi capelli
(Mare dentro – Ramòn Sampedro)

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Questa voce è stata pubblicata il 5 settembre 2012. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 5 commenti

5 thoughts on “La mia vita. Il tuo Dio.

  1. Mi permetto di postare una lettera scritta da mia madre poco prima di morire, dopo quindici anni di malattia.
    “Quanto e’ lontano il mondo, non ci sono odori, sono nel ghiacciaio eterno. Nel nulla trovo riposo, quante persone inutili… E’ come capire che, nella fine dei giorni, non esiste lo spazio temporale e, fuori di qui, c’e’ un mondo che non mi appartiene più, io non ci sono più per nessuno e la vita alla quale ho dovuto rinunciare. Non capisco i banali pensieri, discorsi sciocchi senza senso, quando per lunghi anni ho attraversato abissi, oceani, deserti infiniti, dove la mia mente ha vacillato fino a rotolarsi nel buio della pazzia, dove ho cercato punti per poter risalire dagli inferi. Chi può capire questo lungo percorso di dolore, di buio come le notti senza un firmamento, dove nemmeno il vento mi ha tolto la sabbia dal cuore e ruscelli freschi non mi hanno tolto la sete. La mia lunga attesa di una guarigione sognata, desiderata, agognata. Quanta solitudine ha coperto i miei occhi, quanti fogli hanno raccolto i miei cantici, i miei pensieri divenuti zolle di terra brulla, le mie lacrime hanno percorso fiumi e sono approdate al mare che amo, che ho amato. Ed il silenzio, fratello del dolore, che non mi ha mai abbandonata. Un oceano di anni di rinunce dove non ho mai avvistato navi o un approdo, un faro che mi abbia indicato la via di una resurrezione dell’anima. Deserti di sterpaglie che hanno lacerato la mia intimità più recondita, ho perduto ogni gioia, ogni desiderio d’amore. Il mio corpo ridotto come un barbone che su una panchina cerca la sua casa, un corpo che non riconosco e che mi da solo dolore. Cosa mi si può dare? E chi crede di capire ed e’ offeso dalle mie, a volte, “alzate”, cosa sa di me e del perché mi sento di essere offesa nel profondo? Non ci potranno essere parole o tempi per spiegare i molti mondi che ho attraversato. Il Signore mi ha fatto dono del pensiero profondo che e’ quello che, solo chi attraversa con dolore, ha la fortuna di accarezzare, altrimenti il pensiero può ritrarsi e tenuto nell’immenso, dove nessun tempo può distruggerlo. E chi ha la fortuna, come me, di averlo trovato, e’ come un diamante nel deserto e solo un cuore attento ed un occhio esperto di queste luci che emana lo può vedere. Io ho potuto avere questa fortuna e non potrò descriverla che solo con la mia penna che si chiama anima. Ed ora cercami in questo mondo, se ne sei capace e trova le parole giuste per aprire il mio cuore, tu, sconosciuto interlocutore, che credi di conoscermi. Scava anche con le mani, se credi, ma non arriverai mai al mio cuore”.
    Questo è ciò che, chi vive il sapore amaro degli ultimi istanti, può in parte raccontare. Questo è ciò che il mondo, per paura, ignora. Questo è solo un pensiero che mai riuscirà a raccontare il dolore di una dignità perduta e, agli occhi dell’altro, anche di un’identità perduta. Questo è ciò che attraversa il cuore di chi è alla fine del viaggio. Questo è ciò che si può solo immaginare, nonostante ci si confronti con i temi della vita e della morte da secoli, ma nessuno ha la verità assoluta. La verità è dentro ognuno di noi e cambia, secondo le stagioni della vita. La verità è propria e non altrui. Segue il nostro vissuto, accompagna il nostro cammino e cambia…continuamente…segue il nostro sentire. Questo è ciò che qualcuno grida al mondo o, a volte, tace nel silenzio. Questo è solo una piccola parte di un’intera vita. Tutto questo, e molto altro, era mia madre.

  2. Mi riprometto di parlarne più diffusamente, con Felice (che conosco e stimo) e con altri. Qui soltanto un pensiero flash. Il valore della vita personale è oggettivo, in senso antropologico innanzitutto. Il concetto di accanimento terapeutico non è stato (volutamente?) utilizzato in maniera appropriata, poiché il Cardinal Martini non era affetto da condizioni patologiche tali da impedirgli idratazione e alimentazione, peraltro in maniera autonoma fin quasi alla fine, come riferito da persone vicine. Dunque per il Cardinale – che mi sorprende si sia rivelato così amato da tanti (chi lo ha letto dei “laici” non può non rinvenirvi l’ortodossia cattolica tanto detestata) – non si è agita alcuna condotta eutanasica. In merito a Eluana Englaro, il punto è che lei è una persona gravemente malata, non tenuta in vita da protesi tecnologiche ma da ciò che tiene in vita ognuno di noi (acqua e cibo), che a un certo punto e senza esprimere peraltro un proprio consenso contestuale e contemporaneo, è stata privata della vita. Si rifletta – al di là delle ingerenze vere o presunte dell’etica cattolica (ma “etica” non credo necessiti di aggettivi qualificativi o di denominazioni di appartenenza, in quanto “etica” è basata su valori oggettivi quali il rispetto della vita a priori …) – su questo punto fondamentale: vogliamo una antropologia che affidi alla Medicina (ai medici e al personale sanitario) il compito di “giustiziare” chi non ha più una vita degna di valore? Vogliamo questa antropologia? Allora cominciamo a decretare i “Livelli minimi di esistenza” sotto i quali possiamo procedere …all’esecuzione dei non abbienti …. C’è una domanda a cui la filosofia non ha ancora dato risposta: perché il suicidio? Se usciamo dalla sola medicalizzazione sociale dell’atto (depressione, disperazione, ecc.) il suicidio rappresenta la più grande delle scelte di libertà. Alessandro

  3. Perché meravigliarsi “…della mai superata tendenza alla colonizzazione delle coscienze.” da parte della Chiesa? Qualunque struttura fondata per trarre potere e profitto economico dalla vendita delle parole, deve inventare quelle che colonizzano le coscienze del maggior numero di acquirenti possibile. E tutto sommato, va ancora bene fino a quando non passano dalle parole ai fatti con i consueti massacri e sopraffazioni. Comunque, nel business delle parole non c’è solo la religione. Ci sono anche partiti e accademie… Semmai, quello che rende più spudorate le parole degli affaristi religiosi è che le spacciano per divine…

  4. Ho appena terminato la lettura della testimonianza affettuosa e partecipata di Giulia Facchini Martini, a cui l’articolo di Felice rimandava; l’ho letta dopo aver riflettuto sulle considerazioni di Felice, figlio privato per sempre di questa sua identità.
    Mi è ritornato prepotentemente in mente il doloroso ricordo di mia madre, morta di notte, da sola, nella intermittente (apparente?) lucidità che artificiosamente le veniva consentita , in una algida sala di rianimazione. Qui era giunta sospinta dalla sconvolta impreparazione di tre figli maschi, non ancora rassegnati a rinunciare per sempre all’identità di figlio, la prima importante identità che ci accompagna nel tortuoso sentiero della vita ed alla quale si può rimanere pericolosamente avvinghiati troppo a lungo.
    Molti rimorsi non conosceranno tregua, primo fra tutti quello di non aver potuto accompagnarla tenendola per mano e guardandola negli occhi.Quando avevamo già organizzato tutto per il suo difficile rientro a casa, in ambulanza privata con rianimatore, per poterle almeno concedere di andare incontro alla morte in casa
    sua, mi hanno telefonato dall’ospedale comunicandomi che non c’era più.
    Avevamo considerato la possibilità di un suo più sereno passaggio dalla vita alla morte e continuiamo a credere che, andandosene così, abbia voluto compiere il suo estremo atto materno: sollevarci da questa responsabilità per sempre.
    condivido pienamente le considerazioni di Felice sul disuguale approccio della Chiesa alle persone ed alla loro vita e morte, manifestando una tendenza- storicamente testimoniata- alla prevaricazione ed alla imposizione.
    Andrò vedere “Bella Addormentata” domani. Mi piacerebbe condividere altri spunti di riflessione.

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