Dalla paura al mito di sé (quinta e ultima parte)

La ragione che, tra le altre, spiega il successo delle strategie di costruzione della paura, di riduzione degli spazi di libertà e di ampliamento delle forme di controllo sociale nelle società orientate al successo individuale (caratterizzate anche da una pervicace avversione nei confronti della razionalità) è molto semplice: non c’è soggetto plurale che non idealizzi se stesso.

Il processo di mitizzazione di sé (che è per definizione un processo auto-mito-poietico) ha avvio spesso, soprattutto nelle “comunità ideologiche”, con un efficace mito di fondazione. I libri di storia sono pieni di episodi e di luoghi mitici che testimoniano, se non la superiorità, quanto meno la originalità del soggetto-comunità.
L’idealizzazione/mitizzazione si fonda su un presupposto che è non-discutibile: è il pensiero aprioristico della integrità (completezza, unità, non frammentazione) che si fonda sul senso stesso del desiderio che è nostalgia e voglia di tornare interi (“Alato e intero”, Platone).

La paura, dalla quale scaturisce il generico bisogno di sicurezza, allora, non ha un orientamento qualsiasi ma è precisamente orientata alla minaccia percepita a livello di soggettività narcisistica e la ferita socialmente percepita è una ferita narcisistica inferta non al corpo sociale ma alla sua imago interiorizzata.

E’ sulla base di questa pre-condizione che è stato possibile dare luogo negli ultimi secoli al processo di medicalizzazione universale e totale, del mondo e della vita delle persone. Sul “delirio di onnipotenza” della medicina e sulla sua pretesa di curare tutto, Illich ha scritto pagine memorabili: non c’è malattia per la quale il sistema medico dichiari la sua impertinenza, ha scritto. E ha aggiunto che, anzi, il sistema medico occidentale rivendica esplicitamente la propria pertinenza anche nella gestione della morte. Colludono il delirio d’onnipotenza della classe medica di estendere il proprio dominio anche su chi non è ancora malato e su chi non guarirà, e il bisogno di onnipotenza della popolazione che non ammette aree di non competenza medica. Illich descrive una “società morbosa che chiede una medicalizzazione universale”.

Con pochi decenni di ritardo, sta succedendo la stessa cosa anche in campo securitario: una società morbosa chiede una “securizzazione” universale che protegga dalla paura e dal fastidio. In entrambi i casi un sistema di potere diventa sistema di dominio e ne trae vantaggio autoalimentandosi. La conseguenza, lo abbiamo visto, è la progressiva ineluttabile limitazione della libertà individuale e collettiva.

Questa nuova versione dell’attesa di una “restitutio ad integrum”, tipica dell’illusione positivista delle bio-medicine occidentali, rilancia il mito dell’integro e le sue dirette conseguenze: il bisogno della collettività di percepirsi coerente e univoca, che è l’altra faccia della paura della frammentazione del proprio corpo sociale; il bisogno della collettività di intervenire sulla ferita narcisistica causata dalla stessa frammentazione.

Si crea così un delicato problema gerarchico tra la dimensione plurale e quella singolare dell’esistenza, tra la pretesa normativa dello Stato e il diritto all’autoregolamentazione dell’individuo.

E’ esattamente attendendo al compito di “amministrare la paura” (Corey Robin) che lo Stato lenisce, o tenta di lenire, il dolore del corpo sociale ferito di disillusione. Va da sé che la natura normativa del prendersi cura statale (si pensi a come lo Stato pensa e agisce il tema dell’eutanasia) produce, in maniera irrisolvibile, non vera attenzione all’altro vulnerabile (Zizek) ma vero controllo sociale.

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Questa voce è stata pubblicata il 30 agosto 2012. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento

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