Dalla paura al mito di sé (quarta parte)

In La violenza invisibile Slavoj Zizek definisce post-politico questo lungo periodo storico che stiamo attraversando: nella definitiva rinuncia alle grandi cause ideologiche, nella deriva da piccoli amministratori della vita quotidiana c’è tutta la de-politicizzazione della società. In questo quadro, caratterizzato da una grave stitichezza emotiva, l’unico modo per introdurre movimento e passione è iniettare paura.

Il frutto della post-politica ubriacata dalla paura è la creazione di un “doppio” umano.

Da una parte, scrive Zizek “la riduzione degli esseri umani a “nuda vita”, a Homo sacer, il cosiddetto essere sacro, l’oggetto delle competenze specialistiche di chi se ne occupa ma è privo, come i prigionieri di Guantanamo e le vittime dell’Olocausto, di qualsiasi diritto; e [dall’altra parte] (…) l’Altro vulnerabile, un rispetto portato all’estremo attraverso un atteggiamento di soggettività narcisistica che percepisce il sé come vulnerabile, costantemente esposto a una quantità di potenziali “molestie”.

Ciò che colpisce è l’utilizzo spregiudicato che Zizek fa del “sacer”. Che non significa solo “sacro”. Sacer significa innanzitutto “separato” e infatti si è sacri in quanto separati (dal profano). Contrariamente a quanto si sarebbe immediatamente portati a pensare Zizek assegna la definizione di sacro al separato-escluso e non, come sarebbe stato più ovvio (ma meno esatto), al separato-incluso. Lo fa utilizzando la categoria fortemente evocativa della “nuda vita”. Nell’utilizzo di questo concetto c’è l’escamotage ermeneutico: la nuda vita ha valore in sé e prescinde da chi la porta. A prescindere, appunto. Da questa parte del doppio umano chi sia il portatore della nuda vita è una questione che prescinde.

Il ragionamento di Zizek ha un fondamento storico ineccepibile quanto inquietante: il diritto romano definiva “homo sacer” il condannato a morte; più precisamente i latini (ad esempio il grammatico Festo) definivano “homo sacer” colui che essendo stato riconosciuto colpevole di un delitto poteva essere ucciso senza essere per questo condannati. Un essere privo di soggettività, dunque, che per questo non poteva essere sacrificato, ma solo ucciso.

Introducendo il tema della sacrificazione, Zizek pone la questione del condizionamento del sentimento collettivo. Che nel nostro caso è almeno duplice:

–      da una parte è in atto esplicitamente l’antico processo di individuazione di un capro espiatorio collettivo che, è bene ricordarlo, è un processo che va ben oltre il bisogno di espiazione tramite l’attribuzione della colpa all’altro-da-sé, ed è anche sempre un processo catartico di dinamizzazione energetica ed emotiva oltre che una forma ritualizzabile e dunque accettabile di sadismo collettivo;

–      dall’altra parte serpeggia, mai messo in discussione, un processo contrario di “elevazione” proprio di chi è portatore dei segni vittimari: che è una operazione che, al di là della deprivazione culturale di cui è portatrice ogni pratica buonista, paradossalmente esita in una identica spoliazione della soggettività con annessa riduzione a nuda vita.

E’ per fronteggiare entrambe le derive del sentimento collettivo (il Patibolo e l’Altare) che si rende necessario, sul piano operativo e culturale, aprire un fronte di pensiero laico e laicizzante propedeutico e necessario ad una gestione razionale e razionalizzante delle politiche per la sicurezza.

Torna, allora, il problema della comunicazione in una società di massa nella quale la comunicazione è consumo e manipolazione e alla ricerca ossessiva del consenso si aggiunge la pulsione alla rappresentazione:

Il consenso non viene raggiunto più attraverso lo snodarsi di un discorso razionale, ma soltanto con una
messa-in-scena degli stessi dispositivi del potere. La rappresentazione procede, dunque, in senso inverso rispetto al processo di razionalizzazione, che è alla base di ogni tipo di discorso teso a indurre una partecipazione consapevole la più estesa e capillare possibile
.[1]

Il che equivale a dire, per usare le parole di Habermas, che il consenso sul contenuto è sempre meno importante rispetto a quello sul modo di discuterne.

E, proprio Habermas, ricordando che solo un discorso argomentativo crea le condizioni per la formazione di una razionale volontà collettiva (a condizione che esso non si sviluppi con l’intermittenza del marketing politico ovvero della campagna elettorale), distingue tra agire comunicativo e agire strategico:

  • il primo è orientato verso l’intesa e favorisce la partecipazione (secondo il continuum: discorso razionale → agire comunicativo → intesa → opinione pubblica autonoma)
  • il secondo è orientato verso il successo e porta prima all’isolamento monadico e poi all’autodistruzione.[2]

(Quarta parte – continua)


[1]  A. Piromallo Gambardella, “Ricostruzione” della sfera pubblica e utopia del linguaggio, in Le variazioni grandi, Quaderno di comunicazione, n. 8/2008, Meltemi, p. 54

[2] J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, 1984, p. 197

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...