Dalla paura al mito di sé (seconda parte)

Le conseguenze socio-politiche di cui sopra sono state rese possibili dalla combinazione di alcune condizioni anatomiche: l’ipotrofia della politica e l’ipertrofia della comunicazione. La metafora organica è di immediata evidenza: una regola ferrea della fisiologia è che “la funzione sviluppa l’organo”, che vuol dire che le dimensioni di un determinato organo umano aumentano in proporzione all’utilizzo dello stesso organo (si pensi al muscolo di un arto sottoposto a ingessatura e, conseguentemente, a immobilità per svariate settimane: al taglio del gesso si rivelerà atrofizzato e, dunque, ridotto nelle dimensioni e inutilizzabile).

In occasione di un convegno di giornalisti, al quale fu invitato come relatore perché prossimo alla scadenza del suo mandato presidenziale, Tony Blair tracciò un bilancio della sua esperienza e disse cose sconvolgenti. Disse, per esempio, che il 98% delle risorse (tempo e energia) di chi governa non è impegnato nel prendere decisioni che servono a risolvere o prevenire problemi, ma sono dedicati alle definizione di strategie di comunicazione. Che tradotto in lingua corrente, è sempre Blair a parlare, significa “a gestire i rapporti con i giornalisti”. Mentre un tempo, racconta Blair, il giornalista aspettava che finisse il Consiglio dei Ministri per sapere che cosa si era deciso, oggi su televideo o sul sito di qualunque agenzia di stampa, i dispacci informano in tempo reale il pubblico sui singoli passaggi della seduta del Governo. L’investimento (energie e costi) non è sul problema in quanto tale ma sulla singola dichiarazione, sulla valutazione di quale sia quella più strategica.

Possiamo allora ipotizzare la configurazione di un modello di realtà nel quale politica e comunicazione si equivalgono e che pone un primo problema di tipo epistemologico: è la comunicazione per la politica o la politica per la comunicazione? In questo modello di realtà non è importante ciò che fai, e non è importante neanche come lo comunichi. E’ importante cosa comunichi. Tra ciò che fai e come lo comunichi c’è un rapporto sostanziale di verità: lo scarto tattico attiene alla presentabilità del ciò. Invece tra ciò che fai e cosa comunichi c’è, di norma, una frattura grave. E la verità collassa.

Quando non c’è politica e c’è solo comunicazione c’è campagna elettorale. E in campagna elettorale non conta ciò che hai fatto o che farai, conta cosa dici. La campagna elettorale è la morte della politica e il trionfo della comunicazione. Il fatto che ormai noi si viva in piena sindrome da campagna elettorale permanente è esattamente la conferma della ipertrofia della comunicazione e dell’ipotrofia della politica.

La politica cessa i suoi rapporti (che dovrebbero essere necessari, essenziali) con la storia (rispetto alla quale si pone in maniera strutturata e strutturante) e si riduce a inseguire (quasi mai il contrario) la cronaca. Che è il luogo proprio del giornalismo di massa. Il quale, a sua volta, invertendo il proprio ruolo e la propria mission “ab origine”, invece di descrivere la realtà la scrive. E’ una differenza non da poco. Vi è in questa mutazione una nuova dislocazione cronologica dei fattori: “ab origine” la realtà era prima, col nuovo assetto la realtà è dopo. Se pensiamo alla differenza tra mappa e territorio, la mutazione ci appare in tutta la sua gravità: la mappa produce un nuovo territorio. Reale.

Per cui si pone il secondo problema epistemologico: assunta la definizione di potere come “capacità/possibilità di impedire/favorire il cambiamento”, chi detiene il potere? La politica o la comunicazione? (Seconda parte – continua).

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Questa voce è stata pubblicata il 13 agosto 2012. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento

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