Abbassando, abbassando, abbassando gli occhi

Mentre ascoltiamo tranquillamente della buona musica, mio figlio Giuseppe (8 anni domani) pone al sottoscritto, nell’ordine, le seguenti domande:– Perché io sono questo?
– Perché io sono così?
– Perché sono in questo corpo?
– Perché sono io?
– Perché Dio mi ha creato?

Panico. Penso vigliaccamente che solo l’ultima domanda è facile (Dio non esiste…) e che posso partire da lì. Poi respiro profondamente e decido di sfoderare una contro-domanda tecnica (del tipo: “Ti fai spesso queste domande?”) ma non faccio in tempo perché lui mi anticipa dicendo “Mi faccio spesso queste domande” e allora capisco che sa leggere nel pensiero. Panico.

Lo guardo negli occhi cercando l’ispirazione e nel giro di tre secondi capisco la differenza tra me e Bateson: lui i dialoghi/metaloghi con sua figlia li ha inventati di sana pianta e ha avuto il tempo di studiare le risposte. Nei minuti successivi mi vergogno di questa bassezza, chiedo scusa (dentro di me) a Bateson e a sua figlia e faccio finta di credere che siano stati scritti di getto.

Mentre lo guardo in attesa della giusta ispirazione, lui (per rendere le cose più semplici) mi chiede se penso di rispondere. Allora tiro su la schiena e, per aggirare l’ostacolo come farebbe chiunque ha fatto un corso di relazione d’aiuto, gli dico che sono contento di queste domande perché fanno di lui un bambino molto speciale. Mi guarda. Sono sicuro che sta pensando “questo non sa cosa rispondere”. E mi chiede: “cosa vuol dire speciale: intelligente? sensibile? popolare?” (inserisce sempre la categoria “popolare” in un discorse serio). Gli propongo di annotare le sue domande sulla applicazione Note del mio IPhone per non dimenticarle.

La cosa è poi andata avanti, il dialogo si è fatto più dinamico e la musica è finita sullo sfondo.

Mi sono affiorate, dopo, alcune considerazioni banalizzanti: una di queste è che i bambini non sono più quelli di una volta! Ma poi mi sono ricordato che mio figlio Francesco, quando aveva 4 anni, mi disse con estrema dolcezza ma con uno sguardo docente: “Sempre, per abbracciare qualcuno, ci vuole coraggio!”. Sul momento svenni (e fu un problema perché lui era in braccio a me) perché all’epoca il mio laboratorio che più mi intrigava si chiamava “Abbracciami ancora un po’“.

Scartate anche le altre considerazioni banalizzanti mi è rimasta dentro una commossa sensazione di silente grandezza (perché io sono questo? perché io sono così? perché io sono in questo corpo? perché sono io? perché Dio mi ha creato? domande stratosferiche, formulate con disarmante semplicità, non con quella patetica vanità che caratterizza le domande e le risposte degli adulti: direi che erano domande autentiche, vere, aperte) e ho cercato di contattare la mia mente e la mia anima come suggerito nella stupenda canzone degli Avion Travel: abbassando, abbassando, abbassando gli occhi.

Poi, quando il calore e le lacrime si sono risolte, nel chiarore della nuova consapevolezza, nella forza del passo avanti, mi è venuto in mente il brano Zhuangzi sogna una farfalla (o una farfalla sogna Zhuangzi) che qualche sera prima mi aveva insegnato Francesco De Toma:

“Una volta Zhuangzi sognò di essere una farfalla, una farfalla svolazzante che batteva le ali in giro, felice con se stessa e facendo quello che le piaceva. Lei non sapeva di essere Zhuangzi. Di colpo si svegliò e lì era, solidamente e senza dubbio, Zhuangzi. Ma egli non sapeva se fosse Zhuangzi che aveva sognato di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere Zhuangzi. Tra Zhuangzi e una farfalla ci devono essere delle differenze! Questa è chiamata la Trasformazione delle Cose”.

Questo articolo è dedicato ai miei figli, a Giuseppe e Francesco, che qui ho citato, e ad Antonio e alla sua chitarra elettrica. Ai miei figli: giacché non so se loro sono ciò che io sogno che siano o se io sono ciò che loro sognano che io sia. Tra me e i miei figli ci devono essere delle differenze. Questa è chiamata la Trasformazione delle persone.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 agosto 2012. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 6 commenti

6 thoughts on “Abbassando, abbassando, abbassando gli occhi

  1. Mi piacerebbe conoscere quel “diavoletto” che vive con te! Deve essere angosciante vivere sapendo che da un momento all’altro può farti domante terrificanti. Si certo i bambini, i ragazzi non sono più quelli di una volta! Il problema non solo loro che sono cambiati, forse siamo noi che non vogliamo cambiare, non vogliamo ascoltare. Trasformarsi, cambiare, vuol dire evolversi. Lo abbiamo fatto? Siamo disposti a farlo il cambiamento? Abbiamo voglia di evolverci? Oppure è più comodo e meno dispendioso e visto che ci costa fatica diciamo che “i ragazzi non sono più quelli di una volta”? Armando.

  2. Caro Felice, il tuo scritto i raggiunge proprio mentre assisto, in un turbine di emozioni, alla fiorescenza di un amore tra mio figlio ed una amichetta che ha conosciuto a Liverpool. Per quanto la mia presunta saggezza paterna mi conduce a esonerarmi da un dialogo sulla pedagogia dei sentimenti con mio figlio, il riverbero delle sue paturnie amorose, mi ha coinvolto, intimamente coinvolto. Nessuna domanda, ma appunto, spunti di riflessione meta-comunicazionali, da parte di entrambi. Canzoni evocative che riechieggiano nella sua stanza, pagine di face book lasciate aperte e che riportano dialoghi interminabili e disperati. Il tentativo di catturare quelle emozioni così pervasive, ancestrali, sublimi, ma anche intrise della malinconia di una lontananza incolmabile. Dove può essere un padre nelle difficile gestione di una crisi sentimentale del figlio appena adolescente, dove può essere un padre-amico, un padre-saggio, un padre impenitentemente romantico? Ovviamente non in una dimensione di invasione del suo campo percettivo, non nel sostegno un pò curioso ed indagatorio, non nello sfottò pseudo-viriloide. Ma solamente con la sua piccola-grande-crisi, con le sue note dolenti che ti raggiugono ovunque, con il suo vagare per la casa con lo sguardo dolce e assorto. E si Felice, con i suoi sogni, dentro di essi, teneramente, e con quelle parti che si radicano nel legame filiale; cioè in quel luogo complicato dove si consumano le aspettative di una evoluzione dell’essere, le trasformazioni delle persone,

  3. Leggo questo articolo stasera, dopo aver affrontato una crisi di sconforto di mio figlio ed essermi sentita affermare (con conseguente crisi d’ansia): non ti preoccupare, tutto si sistemerà.
    Se ho una certezza, è che non c’è mai la certezza di niente, figuriamoci di un evolversi in positivo di una catena di eventi… D’altra parte non posso neanche negare che un atteggiamento ottimista spesso contribuisce ad un esito migliore, e mentre mi chiedevo se la mia frase potesse o meno considerarsi una bugia, ho incontrato questo articolo e mi sono detta: forse siamo noi genitori che non siamo più quelli di una volta!
    Se ricordo bene, quando assillavo mia madre con l’irritante “perché”, lei si limitava a sbottare: perché si!

  4. Caro Felice, forse i figli “non sono più quelli di una volta” perché neanche noi padri lo siamo.
    Giorni fa, al termine di una splendida vacanza trascorsa insieme, il malinconico silenzio del viaggio di ritorno in auto viene rotto da mio figlio Vittorio, 10 anni: “Secondo voi in un viaggio è più triste chi parte o chi rimane?”
    Giro di imbarazzati pareri, in cui capisco che i miei figli forse hanno le idee più chiare delle mie, poi per sdrammatizzare offro una prospettiva e propongo di pensare al lungo mese di agosto che ci attende, tutto da vivere; interviene mia figlia, 13 anni, lapidaria: “Agosto non ha più alcuna promessa da fare, è un mese che non può promettere perché non può mantenere”.
    Silenzio, accendo lo stereo e punto tutto su Battiato.

  5. Chissá perché ho immediatamente pensato a mia sorella (la maggiore) e a quello che avrebbe risposto lei… sicuramente la sua semplicitá nell’affrontare la vita sarebbe stata molto piú convincente di mille elucubrazioni mie…! Non ha mai perso il “bambino” in lei e per quello riesce a comunicare tanto bene con tutti i bambini… anche con il mio… Adoro mia sorella, anche se a volte la “strozzerei” per la sua luciditá…

  6. le frasi di senso comune servono spesso per coprire il nostro imbarazzo a non aver capito, ad aver male considerato la questione o la nostra posizione nel ruolo di volta in volta determinatosi.I bambini fanno le domande e gli adulti rispondono.Spesso da Tata-baby sitter quale da tempo mi trovo a essere, non funziona proprio così.A domande profonde posso dire di non sapere la risposta e a mie risposte profondamente adulte i bambini non battono ciglio,le incamerano insieme alle altre informazioni.La presunzione che credono vere tutte le mie risposte non ce l’ho ma il mio sguardo sincero lo percepiscono di sicuro quando per parlare a questi cuccioli d’uomo abbassando abbassando lo sguardo incontro Individui. Erri de Luca in – Non ora, non qui – puo’ catapultarci nel corpo e nella mente di un essere umano – bambino raccontato da essere umano -adulto, sempre lui stesso ma quello di una volta…Margherita

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