Narrare per esistere

Due li tengo sul comodino, uno sulla scrivania e uno è sempre nella mia borsa: sono quattro libri che non stanno in libreria con gli altri, vivono una vita semiautonoma, un rapporto diretto col loro proprietario (che sono io). Li consulto come a volte si consulta una cartina stradale, li sfoglio come si sfoglia un vecchio album fotografico, li riempio di appunti come si fa con una vecchia moleskine.

Uno di questi quattro libri è LA MEDICINA NARRATIVA di Giorgio Bert, il quale scrive che le narrazioni dominanti sono fortemente normative (perchè ci dicono come deve essere e come deve comportarsi una persone per bene) e che atteggiamenti individuali o di gruppo divergenti da quelli indicati dalle storie dominanti vengono stigmatizzati e chi li assume viene marginalizzato (a meno che non appartenga a quelle categorie di persone alle quali è consentito avere comportamenti eccentrici). Ma soprattutto Giorgio Bert scrive: “le narrazioni dominanti possono avere valenze oppressive: ad esempio quelle basate su una presunta inferiorità della donna o di specifiche popolazioni oppure quelle che si fondano su concezioni religiose o ideologie presentate come verità indiscutibili proprio perchè largamente condivise e di conseguenza ritenute “normali”.

Ho chiacchierato spesso con Vincenzo Scaringi di quell’arma di distruzione di massa che è la normalità e di quanto lui abbia sofferto, da giovane, il rischio di rimanerne vittima. Ed è stato proprio nell’alveo di questo suo generoso istruirmi (devo a lui la folgorazione dell’immenso verso di Sandro Penna “Beato chi è diverso – essendo egli diverso…” che trovate sulla home page di questo blog) che Vincenzo mi ha segnalato una conferenza autobiografica della giovane scrittrice nigeriana Chimamanda Adichie.

Chimamanda Adichie si definisce cantastorie e, forse per questo, ha dedicato la conferenza al grande pericolo della “storia unica”. Nata e cresciuta in un campus universitario dell’est Nigeria, fu lettrice e scrittrice molto precoce: leggeva libri destinati a bambini britannici e americani e i personaggi dei racconti che scriveva erano tutti bianchi, avevano gli occhi azzurri, giocavano nella neve, mangiavano le mele e bevevano birra allo zenzero. Eppure lei non era mai uscita dalla Nigeria, non aveva mai visto la neve e non sapeva cosa fosse la birra allo zenzero. Poi un giorno, crescendo, scoprì che esisteva anche la letteratura nigeriana (difficile da trovare in Nigeria rispetto a quella americana e britannica) e imparò che nella letteratura potevano esserci anche persone come lei e questa cosa che imparò la salvò “dall’avere una storia unica”. E la sua scrittura cambiò.

Quando, a 19 anni, lasciò la Nigeria per frequentare l’Università negli Stati Uniti, dovette fare di nuovo i conti con le conseguenze della storia unica: “La mia coinquilina americana fu scioccata da me. Mi chiese dove avevo imparato così bene l’inglese e andò in confusione quando le dissi che in Nigeria l’inglese era una lingua ufficiale. Mi chiese se poteva ascoltare quella che lei chiamava la mia musica etnica e fu molto delusa quando le mostrai la mia cassetta di Mariah Carey. Pensava che non sapessi come usare una stufa.”

Il problema della storia unica, o della narrazione dominante, è dunque anche il problema della istituzione della normalità, della sua epistemologia: in che modo si definisce ciò che è normale? Qual è il  processo attraverso il quale l’inconscio cognitivo collettivo sancisce che questo è normale e quello no? E ovviamente dico normale ma potrei dire giusto, lecito, legittimo, morale (!), ecc… E ancora: qual è il processo col quale si autorizza e si accompagna il cambiamento, col quale si difende la bio-diversità?

Mi sembra di poter rispondere che ogni normalizzazione nasce con una narrazione e che dalla propria narrazione, dalla potenza della propria narrazione, dipende la possibilità di esistere. Narrare per esistere.

I Rom, ad esempio: quanti sanno che circa 500.000 Rom sono stati sterminati nei campi di concentramento? E quanti invece conoscono la storia dell’Olocausto e, dunque, degli ebrei? Tra queste due storie, sostanzialmente identiche, c’è una differenza molto semplice: la diversa capacità di narrazione che i due popoli hanno avuto nei decenni successivi. E quando dico “capacità” intendo dire anche la diversa “possibilità”, insomma il diverso “potere”. Le conseguenze di questa differenza sono sotto gli occhi di tutti e non c’è bisogno di stare qui a dilungarsi: dico soltanto che da una parte c’è un popolo che ha accumulato una rendita vitalizia che è sicuramente sacrosanta ma che non sempre viene usata nel modo giusto, soprattutto in campo internazionale; mentre dall’altra parte c’è un popolo la cui persecuzione non ha mai avuto fine ed è una persecuzione che non è stata mai adeguatamente  narrata. E dunque non è mai realmente esistita.

P.S.: Siccome dopo l’articolo su Insinna sono stato riempito, anche via mail, di insulti ci tengo a specificare due cose: 1)  il riferimento alla narrazione dell’olocausto è fatta col massimo rispetto per la storia e non è un caso di negazionismo (si prega di leggere bene prima di commentare e/o di aggredire verbalmente); 2) in genere non rispondo ai commenti.

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Questa voce è stata pubblicata il 4 luglio 2012. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 10 commenti

10 thoughts on “Narrare per esistere

  1. Non sei l’unico ad essere stato insultato x aver detto cise giustissime su quel pagliaccio di Insinna.anche a me hanno insultato e minacciata.vai avanti e non curarti di loro .saluti da Agnese

  2. Sono Giacomo Marino, ci siamo conosciuti attraverso il progetto Com in rom-. Sono un operatore di strada che lavora a Reggio Calabria per l’inclusione delle comunità rom. La narrazione per esistere è un assunto molto interessante anche per un operatore sociale. Ritengo che per i rom esista già una ampia narrazione che li fa esistere come “brutti, sporchi e cattivi”. Una narrazione che è diventata normativa, tanto che una parte degli operatori sociali e non solo sostiene che i rom siano degli esseri particolarmente asociali. E’ necessario cominciare a sviluppare una narrazione che li racconti come sono realmente : persone come tutte le altre. Qualcosa si sta muovendo in questo senso come il libro della Stancanelli ” La vergogna e la fortuna” e altri . Ma questa narrazione da far crescere deve fare i conti con quella molto diffusa e accettata storicamente la quale è sostenuta da una serie di necessità politiche e sociali come: il capro espiatorio, avere cittadini ai margini ecc…
    E’ necessario anche questa narrazione venga sostenuta da altre motivazioni ….

  3. Credo che si definisca normale ciò che non si discosta da ciò che conosciamo. La chiusura del mondo che ha preceduto la normalità definiva la normalità in ambiti davvero ristretti. L’importanza della conoscenza è quindi fondamentale per accettare la normalità degli altri, che non necessariamente è le nostra. Certo la forza e il potere di farsi conoscere di alcuni, va a scapito di altri o, per lo meno, non rende loro giustizia (ebrei/zingari, uomini/donne, etero/omo, cawboy/indiani, sovrani/sudditi … e tanti altri se ne possono elencare)

  4. Suvereto, 13 Maggio 2012
    Cara collega,
    se tutto procede come previsto dal mio patronato questi dovrebbero essere i miei ultimi mesi di lavoro nella scuola, ti mando pertanto alcune righe per ringraziarti e salutarti. Ho trascorso gli ultimi venti anni della mia vita professionale presso questo Istituto e, in particolare nei primi anni, quando ancora lavoravo come specialista d’inglese, ho collaborato con molte colleghe, alcune già in pensione e alcune ancora in servizio. Sono naturalmente soddisfatto di aver raggiunto questo traguardo che mi permetterà di ridisegnare i confini di una ritrovata libertà (mentale innanzitutto), di ritrovare una rinnovata leggerezza e di frequentare con maggiore assiduità tutta la bellezza del mondo, in tutte le sue forme.
    Ringraziandoti per aver condiviso anche con me gli onori e gli oneri che i ruoli lavorativi in una certa misura impongono, auguro a te e ai tuoi cari la possibilità di realizzare i vostri sogni.
    Ho da farti una sola richiesta: evita, ti prego, di promuovere o partecipare a collette per farmi omaggi di natura materiale. Pur comprendendo e rispettando il rito del regalo, è una modalità che non appartiene al mio modo di essere e, soprattutto, al mio modo di sentire. I miei genitori mi hanno insegnato a rivolgere pensieri colorati di calore umano e sentimento come carezze di una mano amica.

    Affettuosamente
    Vincenzo Scaringi

    Vincenzo grande cuore grande uomo
    Vincenzo coast to coast dalla Puglia alla Toscana
    in testa un po’ di Gandhi e quel priore di Barbiana
    a Vincenzo che non vuole un regalo rituale
    poche parole per un saluto affatto formale.
    Ti abbiamo conosciuto come uomo di PACE senza frontiere
    rispetto e ARMONIA le tue vere bandiere
    l’inglese sì, l’informatica e la palestra,
    la POESIA nel CUORE la tua vera maestra;
    curioso del mondo, talvolta sì un po’ radicale
    ma per andare oltre, evitare un percorso banale.
    Vincenzo cittadino di un borgo … slow, così naturale,
    ma cittadino di un villaggio globale
    e se la LIBERTÁ, dice Gaber, è partecipazione
    eccolo anche assessore di quella Amministrazione.
    La scuola … i quaderni …
    bambini colorati sulla spiaggia infinita
    ora anche “Castelli di sabbia” come un canto alla vita.
    Ora, Vincenzo, prenditi il tempo liberato
    da moduli, verifiche e registri …
    i tuoi ragazzi, una mostra, un viaggio
    e perché no? Un nuovo cortometraggio!
    Noi sappiamo che dove sarà
    Un libro, un nuovo orizzonte, un bambino …
    Vincenzo saprà sempre dire
    “I care”

    Le colleghe del plesso “Altobelli”
    Venturina

    Venturina 30 Giugno 2012

    • Dice un vecchio adagio che una volta trovata la tua via maestra non la perdi più, nel senso che se ti capita di infilarti in un cul de sac la tua via maestra ti richiama. A me capita continuamente. Nel mio commento precedente, il reciproco saluto con le colleghe, non c’era nessuna pretesa narcisistica, era mia intenzione soltanto mostrare uno dei tanti episodi, l’ultimo in ordine di tempo, di un garbato (non sempre) conflitto tra pensiero convergente e pensiero divergente. Tanto per capirci, la collega che ha scritto quei pensieri poetici mi aveva accolto vent’anni fa con un “Tornatene a casa tua”. Credo che sia ormai acquisito, almeno dai tempi del Manzoni, il fatto che il senso comune veicola spesso nient’altro che un pensiero inerte, quasi sempre forcaiolo. Woody Allen ha ben affrontato questo tema in due capolavori: “Zelig” e “Ombre e nebbia”.

  5. caro Felice,
    difficilmente lascio commenti ma, sempre, leggo i tuoi articoli. Sento molto la concretezza e la profondità delle tue osservazioni. Questo articolo sulla narrazione “che fà esistere” incontra il mio modo di interpretare la realtà!
    ciao
    Gisella

  6. Nell’aprile del 1957 la scrittrice piemontese Lalla Romano fece un breve viaggio in Grecia. Due anni dopo ne pubblicò un altrettanto breve “Diario di Grecia”. C’è una pagina a cui mi sento particolarmente vicino. Si tratta della descrizione delle vetrine della libreria Laterza. In questa descrizione, magistrale, l’eccellente scrittrice mette a confronto due mondi che a me piace identificare come una metafora, scusate la ripetizione, del pensiero convergente e del pensiero divergente.
    “… Riattraversiamo la città nuova, così milanese che c’è perfino “il Motta”.
    Lungo la via centrale Stefano mi mostra a dito l’insegna di un negozio. Leggo: G. Laterza e Figli. Dio mio! Come ho potuto scordarmene? Le edizioni Laterza sono state il latte, per noi. Vagheggiate, centellinate nelle biblioteche al tempo dell’adolescenza squattrinata, poi i primi gelosi acquisti: l’Estetica di Croce, La nascita della tragedia.
    Attraversiamo la strada, con la reverenza e la curiosità del caso. La vetrina è piena di Santi, di statuine della Madonna e del Sacro Cuore. Dunque tradimento è l’anima del commercio! Ecco una buona signora col suo ragazzetto, vanno ad acquistare da Laterza un catechismo o una Piccola Filotea.
    Giriamo l’angolo, e nelle vetrine di là i veri Laterza stanno allineati, distanziati signorilmente, nel sottile rarefatto silenzio del pensiero laico … “

    • Caro Vincenzo,

      ti segnalo che la mitica Libreria Laterza di via Sparano a Bari (dove ho avuto l’onore di presentare il mio libro HO PERSO LE PAROLE ricevendo apprezzamenti moltissimo gratificanti da Maria Laterza in persona) si riduce sensibilmente di dimensioni perché cede gran parte del suo spazio alla griffe QUADRA.

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