Sul protagonismo

La retorica melensa della educazione alla legalità è intrisa di equivoci e contraddizioni, è scivolosa e ambigua, inutile se non controproducente; i progetti che la incarnano sono quasi sempre involuti, privi di pensiero e di senso, evidentemente finalizzati al controllo sociale e non alla legalità”: questo passaggio del mio articolo “Le corna della falsa invalida” ha suscitato la reazione di alcuni lettori del blog che, in quanto addetti ai lavori, si sono risentiti di queste mie valutazioni. Voglio approfondire la questione. Cercherò di farlo in maniera molto sintetica ma netta.La principale tradizione pedagogica di questo Paese vuole che la cifra del successo educativo stia nella formazione di ragazzi rispettosi delle regole: rispettosi delle leggi scritte, delle norme morali, della gerarchia, ecc…. Numerose esperienze para-educative (sport, teatro, associazionismo, ecc…) si ispirano dichiaratamente a questa tradizione.

Essa è talmente radicata nella nostra cultura e talmente connotata positivamente anche nella mentalità delle persone più sensibili (si pensi a quante iniziative di educazione alla legalità sono state impostate secondo questo assunto e quante personalità di rilievo hanno speso il loro nome e la loro storia nel nome di questa ipotesi) che si fa fatica a rendersi conto che essa ha almeno due implicazioni:

–          il paradigma del rispetto delle regole educa alla cittadinanza passiva
–          il paradigma del rispetto delle regole è funzionale alle esigenze di controllo sociale.

Le due implicazioni sono strettamente connesse tra di loro: sulla cultura della delega (di cui si nutre la cittadinanza passiva) si fondano le strategie di controllo sociale da parte delle culture egemoni a scapito delle culture subalterne.
E’ evidente che il controllo sociale presuppone la gestione del potere e che il potere sulle persone è cosa ben diversa dal potere delle persone: infatti l’esperienza del potere è, nella vita della stragrande maggioranza dei ragazzi, esperienza di potere subìto piuttosto che di potere agìto.
Così la cultura del rispetto delle regole (che potremmo definire di volta in volta legalismo, moralismo, ecc…) ha prodotto la convinzione che essa soltanto possa garantire il perseguimento del bene comune in base al seguente continuum

regole → rispetto delle regole → legalismo → ordine → libertà.

In estremissima sintesi e a rischio di fare violenza alle parole voglio dire che questa è una pedagogia fascista (e non c’è da stupirsene giacché la nostra antropologia spontanea deriva dalla tradizione clerico-fascista). Al suddetto continuum manca infatti un elemento fondamentale per il suo equilibrio: chi ha scritto le regole dal cui rispetto tutto si dipana?
Il paradigma del rispetto delle regole, infatti, contiene in sé un postulato di tutta evidenza: c’è qualcuno che scrive le regole e qualcun altro che deve osservarle. Questa dinamica di potere (che è sempre, anche quando è legislativa, una dinamica educativa) informa la nostra esistenza e quasi sempre sostanzia le relazioni educative anche le più illuminate.
Ribaltare questa dinamica significa rinunciare ai privilegi propri del ruolo di educatore (legislatore o pedagogista che sia) e preventivare una buona dose di ansia da incertezza. Significa, però, anche optare per un paradigma esattamente opposto al precedente: quello della discussione delle regole.
Le sue implicazioni sono:

–          il paradigma della discussione delle regole educa alla cittadinanza attiva
–          il paradigma della discussione delle regole è funzionale alle esigenze di controllo dal basso.

Alla cultura delle delega si oppone, quindi, la cultura della partecipazione che è garanzia di un continuum ben più adeguato:

partecipazione → discussione delle regole → decisione → rispetto delle regole → legalità → democrazia → libertà.

E’ necessario fare chiarezza su questo equivoco pedagogico anche per demistificare l’accezione di protagonismo che, nell’uso corrente sottende un’idea di protagonismo di tipo estetico (piuttosto che di sostanza) e fondata sull’apparire (piuttosto che sull’essere): l’equivoco per cui essere protagonisti significa essere famosi (anche solo nel proprio piccolo gruppo) invece che poter decidere della propria vita è il risultato della cultura della delega e della rinuncia al diritto alla definizione autonoma di sé.
L’abuso della parola protagonismo ha prodotto l’abuso del concetto stesso. L’abuso delle parole, del resto, così come l’abuso sulle persone, svilisce la dignità. Restituire dignità e senso alle parole è una operazione di liberazione giacché, come scrisse una antropologa francese, “la mutilazione culturale è peggiore della mutilazione fisica”.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 marzo 2012. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento

One thought on “Sul protagonismo

  1. caro Felice, quello che dovresti chiarirmi è il ruolo della regola, nello schema che proponi. Mi è chiaro, e condivido, quello che tu chiami il paradigma della discussione della regola che, come dici, educa alla cittadinanza (non amo l’aggettivazione attiva e passiva: o è cittadinanza o non lo è, e le forme di partecipazione sono assai plurali e decisamente non semplici da definire senza rischiare una sorta di razzismo culturale). il problema, a mio avviso, è nella dinamica discussione dellla regola – rispetto della regola: nelle more della discussione, si rispettano le regole? Nell’educare, insegnamo lo spirito critico ma diamo valore anche all’ordine condiviso? Personalmente ho un grande rispetto dell’ordine, senza il quale non è possibile cambiamento, di cui ho ancora maggiore rispetto. “l’ordine democratico”, si diceva una volta: non penso sia un ossimoro, anzi. Continuo a pensare che le società più regolate, ma pronte ai cambiamenti siano luoghi dove l’individuo può esprimere meglio la propria libertà, al contrario di contesti in permanente discussione (spesso tra elite feroci) sulle regole. Discussione che diventa la regola più liberticida.

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