SPUTATEMI ADDOSSO: la scuola non mi piace

Qualche anno fa una insegnante mi chiese di tenere presso la sua scuola un corso di formazione sul bullismo per insegnanti e genitori. Risposi che “bullismo” è il nuovo nome di una cosa che è sempre esistita e che, in quanto fenomeno emergente, il bullismo è una delle tante invenzioni a favore di tanti neolaureati per i quali è necessario ritagliare la normaltà in sempre più numerosi campi specialistici di intervento (quaranta anni fa Ivan Illich aveva descritto questo stesso fenomeno in campo medico). Soprattutto le dissi che avrei accettato di tenere quel corso “sui comportamenti violenti in ambito scolastico” solo se mi fosse stato consentito di lavorare innanzitutto sulla violenza visibile e invisibile degli insegnanti. Non se ne fece nulla: il budget non era sufficiente.

Dalle cronache degli ultimi mesi: una maestra costringe un bambino affetto da “disturbi delle abilità scolastiche”, colpevole di aver concluso per ultimo il compito di matematica, ad inginocchiarsi prima davanti ai bambini di un’altra classe e poi in corridoio facendogli dire ad alta voce “sono il più lento della classe”. Un’insegnante insulta, deride e maltratta 9 alunni costringendo i genitori a ritirare i propri figli dalla classe durante le sue ore di lezione. Una insegnante di spagnolo costringe un ragazzino dislessico, colpevole di avere qualche difficoltà con le tabelline, a fare le flessioni davanti ai suoi compagni, alcuni dei quali lo prendono in giro. Una dirigente scolastica nega a una studentessa non vedente il diritto di farsi accompagnare in classe dal suo cane guida costringendo la ragazza a cambiare scuola.

Da questo elenco di episodi ho volutamente tenuto fuori i famosi e più eclatanti casi di violenza fisica in alcune scuole per l’infanzia, e ciò nonostante esso potrebbe continuare in un florilegio di bestialità umane e professionali di cui è ricca la terribile normalità quotidiana della scuola italiana. Cos’hanno in comune gli episodi elencati? Hanno in comune non solo il tratto finale (il sadismo) ma anche la matrice iniziale: l’abuso di potere. Non bisogna aver letto Foucault o Illich (“descolarizzare la società”) per comprendere che sto ponendo una questione strutturale, ontologicamente connessa al ruolo della istituzione in oggetto, che va ben al di là dei singoli episodi e delle singole responsabilità e che riguarda il sistema nel suo complesso e la sua apparente incapacità di prevedere, prevenire e gestire la follia di cui è capace. Una questione resa paradossalmente cruciale e insopportabile proprio dalla presena di una grande quantità di ottimi e motivati insegnanti (non mi sento di dire la stessa cosa dei dirigenti scolastici); una questione la cui patologia è rivelata proprio grazie alla sua parte sana.

Dicevo che la questione è strutturale (o sistemica se si preferisce): quali dispositivi interni, quali automatismi, la scuola italiana è in grado di attivare per prevedere, prevenire e correggere le sue disfunzioni più gravi? Ovviamente la domanda è riferita al sistema in quanto tale e non alle capacità gestionali del singolo dirigente o insegnante. La mia risposta è che, a fronte di un articolato panel di dispositivi di controllo e intervento che riguardano la disciplina e il rendimento dei discenti, è evidente un grave deficit di analoghi accorgimenti a carico del corpo insegnante e dirigente.

Il panel di dispositivi autoregolatori può essere banalmente scomposto in semplici azioni espresse da altrettanto semplici domande: chi sceglie gli insegnanti? e come li sceglie? chi garantisce, ab origine ed in itinere, sulla salute mentale di ciascun insegnante (del resto messa a dura prova dalla forte incidenza dei tanti fattori di disturbo stress-lavoro-correlati)? chi valuta le sue abilità relazionali? chi valuta e monitora realmente la qualità del lavoro e il rendimento di ciascuno? che forme di tutela reali sono previste a favore dei bambini e dei ragazzi affidati a insegnanti impreparati o disturbati o impreparati e disturbati? quali dispositivi tengono a bada la volontà di potenza, il sapere di dominio, il narcisismo gerarchico dei più deboli tra gli insegnanti? quanti insegnanti sono professionisti e quanti sono impiegati?

Sono tutte domande abbastanza “aperte” (sarei ipocrita se dicessi che sono completamente aperte): esse cioè sono sinceramente in attesa di una risposta e non la contengono implicitamente. Per aprirle ulteriormente faccio una operazione di onestà intellettuale ed esplicito alcune mie convinzioni, pur sapendo che andranno a toccare alcuni tabù:

– il fatto che il posto di lavoro di un insegnante della scuola pubblica sia sostanzialmente “sicuro” è una delle cause del problema: quanti insegnanti sono stati licenziati per giusta causa, per colpa grave o dolo o per manifesta e irrimediabile incapacità? (dovremmo qui aprire anche la scandalosa pagina dell’insegnamento della religione nella scuola pubblica e della scandalosa invasione di potere della Chiesa Cattolica, fino a parlare dello scandaloso concorso di qualche anno fa riservato agli insegnanti di religione);

– alle organizzazioni sindacali capita spesso di perdere di vista la complessità del sistema: quante volte i sindacati sono intervenuti a difesa di posizioni indifendibili, in maniera autoreferenziale, in forma più di patronage che di difesa dei diritti dei lavoratori? quante volte i sindacati sono intervenuti per dire che i peggiori nemici del sistema scuola e della sua mission stanno anche all’interno della scuola stessa? quante volte i sindacati hanno preso le distanze dai loro iscritti se questi meritavano una presa di distanze?

– il livello culturale del ventre molle della scuola italiana lascia molto a desiderare; la scuola italiana ha una pessima medietà che la sua parte più avanzata, la sua parte sana, non riesce a compensare (costituisce attenuante il fatto che questo ventre molle è lo specchio fedele del ventre molle del paese).

Mi piacerebbe molto ricevere tante risposte, anche non piacevoli, dai tanti amici insegnanti (alcuni anche sindacalisti), molti dei quali seguono fedelmente questo blog. Mi piacerebbe tanto ricevere risposte che non contengano la solita litania su quanto è difficile lavorare nella scuola italiana per via della carenza di fondi e dello stipendio da fame (giacché questi sono problemi veri ma che non attengono all’argomento che io pongo) e che non contengano difese d’ufficio dei tanti insegnanti bravi (giacchè io ne ho parlato qui più volte). Preferirei essere insultato piuttosto che essere “tergiversato”. Vorrei, insomma, risposte ad una semplice domanda complessiva: la scuola è un “luogo” del fare cura, del prendersi cura? Se lo è, e io dico ovviamente che lo è, in che modo si organizza per esserlo davvero? Mi ripeto: quanti insegnanti sono professionisti e quanti sono impiegati?

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Questa voce è stata pubblicata il 26 febbraio 2012. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti

3 thoughts on “SPUTATEMI ADDOSSO: la scuola non mi piace

  1. Grazie al professor Vittorio Lodolo D’Oria, il medico che ha studiato e analizzato più da vicino, clinicamente, il burnout degli insegnanti, abbiamo oggi alcune utilissime pubblicazioni, a partire dalla prestigiosa rivista scientifica La Medicina del Lavoro (N 5/2004) fino ai libri pubblicati nel corso degli anni dall stesso prof. Lodolo D’Oria per l’editore Armando di Roma ed altri editori. Ne potete leggere attente recensioni al seguente link: http://www.ibs.it/code/9788883587016/scuola-follia.html
    Le cause principali il medico le rileva nei seguenti punti:
    – l’impreparazione dei dirigenti scolastici nella gestione del Disagio Mentale Professionale;
    – l’ostinazione delle istituzioni nel non formare i capi d’istituto in proposito;
    – il mancato riconoscimento del dispendio di energia psicofisica necessario per adempiere al compito educativo.
    Senza dati scientifici non trovo che sia molto proficuo parlare di scuola, pesano troppo elementi soggettivi che scaturiscono dai vissuti profondi di ciascuno.
    Cordialmente
    Vincenzo Scaringi (“docente di scuola primaria”, ma io preferisco “maestro elementare”)

  2. Il problema che pone Di Lernia rispetto alla ‘impiegatizzazione’ della categoria dei docenti è effettivamente molto serio e sarebbe un nodo da affrontare di petto fin dalla fase della formazione degli insegnanti, ambito dove la confusione è più che mai alta sotto il cielo. Non sarei invece così severo sula incapacità strutturale della scuola italiana di essere un luogo del prendersi cura: nessuno elenco di episodi negativi può togliere alla scuola la sua funzione fondamentale (svolta più o meno bene) di rendere migliore la società.

  3. Sono completamente d’accordo con ciò che dici, purtroppo ci sono molti impiegati e non sono controllati da nessuno. Chi ne fa le spese, ovviamente, sono gli alunni. Non c’è neppure una formazione adeguata per gli insegnanti, tutto è un po’ affidato al caso…e questo è grave!

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