Ancora su IDENTITA’ SATURE

Il mio riferimento al concetto di identità sature (articolo LE CORNA DELLA FALSA INVALIDA) ha suscitato nei giorni scorsi qualche interesse ed ha favorito più di una amichevole discussione. Io penso che il blog non sia il luogo più giusto per farla lunga, e allora voglio provare ad aggiungere qualcosa di estremamente sintetico approfittando di una mirabile coincidenza: il servizio da Ercolano andato in onda ieri sera in Le Iene.

Contrariamente a ciò che qualcuno ingenuamente afferma, l’identità non è come il DNA, non è un dato originario e assoluto, univoco, strettamente personale ed originale, non è un tratto definitivo della personalità di ciascuno. L’identità, al contrario, è un processo, è un movimento, è un moto perpetuo. Secondo Ricoeur l’identità personale si costruisce attraverso il racconto. Laura Faranda ha scritto che l’identità si nutre della memoria. Bauman dice che l’identità è un grappolo di problemi. E siccome c’è libertà di parola e in questo paese tutti possono permettersi di dire quello che vogliono, io ho scritto che l’identità è un movimento cicloide (!).

Al di là di queste definizioni, qui riportate in forma didascalica, ciò che resta alla fine è che l’identità è un caleidoscopio che muta in continuazione attingendo nuovi colori e nuove forme dall’incontro con l’alterità (la schismogenesi di Bateson ha a che fare con questo processo). L’identità satura è una identità che ha perso questa capacità, è un monolite, è un frutto puro che non impazzisce: non muta se stessa al contatto con l’alterità perché non entra davvero in contatto con l’alterità. Lo Verso parla di fondamentalismo mafioso.

Non si deve ovviamente confondere l’dea di identità satura con qualunque altra valutazione legata al soggetto: nel mio ragionamento, il concetto di identità satura è riferibile esclusivamente alle identità collettive (come la comunità mafiosa). Ed ecco che torna utile la coincidenza del servizio de Le Iene sulla fantastica esperienza di una ottantina di coraggiosissimi commercianti di Ercolano che hanno avuto il coraggio di denunciare il racket delle estorsioni e di far arrestare oltre centocinquanta persone.

Il servizio andato in onda ieri sera (e che qui potete rivedere per intero) potrebbe essere utilizzato per esercitarsi a individuare, tra le persone intervistate per strada, quelle che mostrano di avere paura e quelle che mostrano una identità satura. Ma a vantaggio dei più pigri vado direttamente alla soluzione: il caso più evidente arriva già al minuto 01:50 ed è rappresentato da una donna (l’unica persona che non ha dato l’autorizzazione a comparire in video e per questo ha il volto oscurato) che, riferendosi alla famiglia Birra e all’omonimo clan, dice “Meglio loro che lo Stato” .

In questa frase, meglio che in qualunque mio discorso, sta il succo di quel mio ragionamento sulla “molto elementare rappresentazione della vita”, sulle  dicotomie “voi contro di noi”, “nemici e amici”, “guardie e ladri” e, soprattutto, sulla differenza tra il welfare mafioso e il welfare statale.

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