Dimmi cosa sogni e ti dirò chi sei

La campagna “lasciateci sognare” di SuperEnalotto ha suscitato un coro di critiche: da parte di coloro che come me si battono per prevenire l’epidemia del gioco d’azzardo patologico ma anche da parte di coloro che come me ne fanno una questione culturale e di stile. Ovviamente ci sono anche quelli che pongono una questione morale, ma questa è un’altra epidemia e non c’è spazio per occuparsi di tutto.

La mia opinione è che questa campagna è fatta molto bene: è una campagna pubblicitaria, la pubblicità serve a vendere prodotti (in questo caso è in vendita un meta-prodotto: un prodotto che non consiste in ciò che si compra ma in ciò che questo potrebbe diventare) e questa pubblicità propone bene il suo prodotto. Lo fa dicendo le cose giuste alle persone giuste: il ventre molle di questo paese, quella parte che è la gran parte dell’Italia, quella maggioranza enorme che davvero sogna di fare il colpaccio (che sia SuperEnalotto o il Grande Fratello o l’Eredità o Drop Money o qualunque altro quiz o reality, è l’ultimo dei problemi) si identifica in quel sogno e rivendica con fermezza (non sempre con orgoglio per via del solito problema dell’ipocrisia italiana) il proprio diritto di sognare ciò che più gli pare e piace. E’ una pubblicità fatta bene anche perchè fa il gioco delle tre carte mischiando sapientemente sogni “socialmente apprezzabili” (un parco per il mio bambino) con sogni spudoratamente voluttuari (champagne ghiacciato a tutte le ore) pur sapendo che non esiste giocatore che non giochi per se stesso. 

I tanti che come me pensano che quella pubblicità racconta la deriva culturale di questo Stato-Istituzione non devono fare l’errore di confondere il dito con la luna. Quella pubblicità è solo il dito che indica la luna, ovvero la qualità dei sogni dell’italiano medio. E con i sogni ad occhi aperti dell’italiano medio si fa fatica a costruire qualcosa di buono, nel senso di lungimirante e sensato.

Dimmi cosa sogni, da sveglio, e ti dirò chi sei: da una parte il sogno ad occhi aperti svolge una funzione socialmente rilevante in quanto influenza il comportamento degli individui e i loro sentimenti, dall’altra è  un prodotto della condizione socio-storica in cui esso stesso prende forma. Esso cioè esprime una condizione culturale determinata dalla politica ma anche una visione politica determinata dalla propria condizione culturale.

Del resto la pubblicità di SuperEnalotto, come tutte le pubblicità, non si limita a vendere un prodotto ma vuole indurre un comportamento, orientarlo, modificarlo in maniera definitiva. Anzi: in maniera definitoria, perchè il fine ultimo di ogni pubblicità che abbia a monte un vero progetto “creativo” è di creare identità. In questo caso l’obiettivo è creare il maggior numero di giocatori e fidelizzarli (compulsivamente).

Ho descritto dunque una sorta di circolo vizioso (sogno ad occhi aperti soggetivamente prodotto ma anche indotto dalla condizione socio-storica e dunque dalle scelte politiche e di mercato) per uscire dal quale le grandi narrazioni escogitarono alcuni dispositivi (la coscienza di classe e il libero arbitrio, ad esempio) che sono veri e propri escamotage ermeneutici che in qualche modo dispensano l’osservatore dal compito di indicare una via d’uscita. Meglio così, perchè i sogni ad occhi aperti dell’italiano medio mi deprimono ed anche il rischio di confondere nuovamente il dito (che indica) con la luna sarebbe incombente.

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Questa voce è stata pubblicata il 21 febbraio 2012. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 5 commenti

5 thoughts on “Dimmi cosa sogni e ti dirò chi sei

    • Non credo tu abbia guardato il dito. Semplicemente hai scritto un ottimo articolo che parte da una prospettiva diversa.

  1. Mi viene in mente il concetto di “responsabilità”. Mi spiego meglio…
    Abbagnano definisce la responsabilità come “la possibilità di prevedere le conseguenze del proprio comportamento e correggere lo stesso sulla base di tale previsione”. Tale possibilità deve per forza dipendere dalla presenza di una certa quota di libertà dell’agire.
    Capovolgendo il concetto di responsabilità di Abbagnano, è chiaro che essere libero ti pone nella condizione di dover essere responsabile. O piuttosto NON essere libero ti solleva dall’onere della responsabilità, nel senso che NON ti viene chiesto di “prevedere le conseguenze del tuo comportamento e correggere lo stesso sulla base di tale previsione”. Puoi vivere da irresponsabile (nel senso letterale), non farti carico della tua realizzazione. Puoi dipendere da qualcuno (nel senso assistenzialistico del termine), oppure vivere nell’illusione che la tua realizzazione dipenda dal caso (superEnalotto, gratta e vinci,…), ma non puoi, comunque, avanzare richieste specifiche che riguardino la tua condizione, in quanto non più in grado di badare a te stesso, immaturo, inconsapevole di ciò ti serve. Ir-responsabile appunto! In una condizione, però, di privazione della libertà.
    Il paradosso e che puoi sognare di diventare ricco, all’irrisorio costo della tua libertà!

  2. Per uno che, come me, non è mai riuscito a comprendere e condividere la passione per il gioco d’ azzardo e le scommesse,probabilmente per una questione culturale ed educativa, questa propaganda di Stato, che incita subdolamente ed ipocritamente a mischiare le carte, permettendo di confondere “il dito con la luna”, rappresenta ogni volta uno stimolo di discussione con le mie figlie adolescenti che inviterò a leggere l’articolo di Felice come ulteriore e più autorevole fonte di riflessione!
    Mi chiedo se questo nuovo governo, da cui mi illudo che possa giungere qualche tentativo di riordino etico e culturale nel rispetto della liberalità, possa quantomeno far accettare una rivalutazione qualitativa delle programmazioni televisive anche nelle scelte pubblicitarie

    • Il problema che tu poni, diciamo di deontologia statale, è a monte della questione della pubblicità. E consiste nel fatto che è lo Stato stesso il committente di quella pubblicità!!! Lungi dal preoccuparsi di promuovere salute e benessere, lo Stato incita all’accanimento pseudo-ludico con la promessa di facili guadagni. Al momento il costo economico e sociale del pandemico aumento delle persone affette da GAP (la stima degli addetti ai lavori è di 800.000 persone) non è ancora così evidente ma nel giro di pochi anni lo sarà e rivelerà il paradosso tipicamente italiano di un paese che spende miliardi per curare una patologia che ha contribuito a diffondere pur di fare cassa.
      Ci tengo a dire, però, che volutamente il taglio del mio pezzo non sta su questo ragionamento, ma su due ulteriori prospettive: l’analisi della pubblicità in quanto strumento di convincimento di massa e l’analisi dello scenario antropologico descritto dal fenomeno stesso (vedi commento di Luigi Perrone).

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