TESTO – Adolescenti e giovani nella società del rischio

A beneficio dei più pigri e di quelli che me lo avevano chiesto, metto a disposizione la trascrizione del mio intervento al Convegno tenuto a Roma il 2 dicembre scorso, organizzato da Parsec (l’audio è sempre disponibile nel post dell’11 gennaio).

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Adolescenti e giovani nella società del rischio

Significati, ruoli ed espressioni in una visione antropologica e psico-sociale

Roma – Città dell’Altra Economia (ex Mattatoio di Testaccio)

2 dicembre 2011

 intervento di Felice DI LERNIA

Innanzitutto introdurrei una semantica del rischio che mi sembra finora in questo incontro non sia stata presa in considerazione: arriva dalle discipline giuridiche ed economiche, ed è il concetto di alea. L’alea è il rischio insito in qualunque impresa, in qualunque contratto, in qualunque negoziazione giuridica ed economica, in qualunque attività. In qualche modo l’alea è il core di qualunque polizza assicurativa, è una sorta di scommessa.

Questa diversa semantica mi serve per dire il mio punto di partenza in questi ragionamenti sul rischio: un  ragionamento sul rischio è sempre anche un ragionamento sulla libertà. Se ignoriamo questo aspetto forse, allora, stiamo guardando la cosa troppo da vicino, facendo l’errore di chi guarda un affresco, un grande affresco, stando a dieci centimetri dalla parete; facendo un passo indietro invece ci rendiamo conto che l’affresco ci offre qualcosa in più.

Per quanto mi riguarda, quindi, il ragionamento sul rischio è sempre un ragionamento sulla libertà. E a questo proposito io racconto sempre un aneddoto, una storia vera che probabilmente conoscete che è quella del lancio del nano. Il lancio del nano è uno sport che prese piede qualche anno fa in Australia per poi estendersi anche altrove e consiste esattamente in quello che ho detto, nel lancio di un nano. È una gara con tanto di regolamento, ecc… nella quale si confrontano degli energumeni che giocano a chi lancia più lontano un nano che è stato adeguatamente bardato con ginocchiere, casco, gomitiere, ecc… è stato messo cioè in condizioni di non farsi troppo male. Il forzuto di turno lo solleva, lo lancia e vince chi lo lancia più lontano.

Perché racconto questa cosa? Perché ad un certo punto è intervenuta la magistratura e ha proibito questo sport ritenendolo lesivo della dignità del nano e oltremodo pericoloso per il nano stesso che rischiava, ogni volta che veniva lanciato, di ammazzarsi e di farsi male. Ebbene, di fronte all’intervento della magistratura che ha vietato questo sport, c’è stata la sollevazione non degli energumeni, ma dei nani, che si sono ribellati a questo provvedimento ritenendolo lesivo della propria libertà. Cioè hanno detto che era quel provvedimento del magistrato ad essere lesivo della loro dignità perché in qualche modo minimizzava, disconosceva, scotomizzava la capacità di auto-determinarsi di persone adulte, in grado di intendere e di volere, che quindi decidevano se e come farsi male.

Ecco, questa storia vera del lancio del nano ci pone, come dire, un problema interpretativo rispetto a tutto ciò che attiene alla discussione sul rischio, sia che questo venga inteso come alea, come dicevo, ma anche più banalmente come sinonimo di pericolo, come dice il tema di oggi, in quella che Luhmann ha definito la società del rischio.

Sarebbe cioè interessante capire in che termini, in questa società del rischio si pone oggi tutto il tema del rischio e del pericolo e quindi della libertà. A me sembra che, da un punto di vista culturale e antropologico, la principale caratteristica di quella che Luhmann ha chiamato società del rischio (che in qualche modo potremmo storicamente sovrapporre alla società gassosa, quella che supera la società liquida di Bauman) è di essere una società che esprime una cultura post- grandi-narrazioni.

Le grandi narrazioni, le grandi ideologie (per intenderci: quella cattolica e quella comunista, innanzitutto) avevano la grande capacità di narrare un futuro possibile, un progetto; erano fondamentalmente un ammortizzatore cognitivo. La grande narrazione era cioè un dispositivo retorico-cognitivo che consentiva di ammortizzare il concetto di rischio dentro un contenitore culturale che in qualche modo ne sminuiva la valenza trasgressiva. Perché, va detto anche questo, la concettualizzazione del rischio, del pericolo e dell’alea come qualcosa di trasgressivo attiene alla post-modernità. Nel passato remoto della nostra storia, nessuno si sarebbe mai sognato di considerare trasgressivo l’avventurarsi in un viaggio da un paese all’altro, viaggio che comportava la quasi scontata possibilità di non arrivarci vivo perché aggredito da banditi o ucciso da epidemie, malattie, ecc… Nessuno si sarebbe mai sognato di dire che il mercante che viaggiava in continuazione era uno che trasgrediva: era semplicemente uno che viveva in una condizione aleatoria, per tornare al concetto di prima.

Quali sono allora, secondo me, le caratteristiche principali della società del rischio priva di dispositivi di ammortizzazione cognitiva, di grandi narrazioni: secondo me la caratteristica principale, relativamente al focus “adolescenti e giovani”, è che questi oggi vivono in un contenitore culturale apparentemente profondamente contraddittorio perché fatto, da una parte di un deserto di segni, direi un deserto di prospettive; e dall’altra parte da una foresta di segni. Queste due condizioni, queste due nicchie ecologiche, solo apparentemente sono una l’opposto dell’altra ma in realtà stanno su due livelli diversi e per questo non sono in contraddizione: da una parte c’è un deserto di prospettive, di possibilità di pensarsi nel tempo, ma dall’altra parte c’è una foresta fitta, molto fitta, di opportunità.

Uno dei più grandi, dei più autorevoli studiosi di queste cose, che è Claudio Cippitelli, ha scritto che non è assolutamente vero che i giovani oggi vivono una condizione di impoverimento; anzi, mai come in questi anni adolescenti e giovani hanno potuto disporre di un effluvio, di una pluralità, di una caterva di opportunità. E questa è la foresta, la foresta fittissima di segni, di opportunità dentro la quale, in qualche modo, si vive il rischio. Dall’altra parte però c’è il deserto di prospettive e di possibilità.

Cosa hanno in comune deserto e foresta? Sono entrambe due condizioni, due nicchie ecologiche, ansiogene: la prima lo è per via dell’assenza di riferimenti, di punti di riferimento; la seconda, la foresta, lo è al contrario per via dell’eccesso, dell’overload di riferimenti. In entrambi i casi non ci si può orientare.

Ma per quella capacità autopoietica che hanno le ultime generazioni di adattarsi alle nicchie ecologiche probabilmente un giorno scopriremo che, a questa società deserto-foresta, adolescenti e giovani hanno reagito gestendo quest’ansia con una attitudine che un poeta della metà dell’ottocento inglese, un romantico, chiamò per la prima volta negative capability.

Le negative capability sono competenze, attitudini, abilità, che ti consentono di stare nella sospensione; fondamentalmente introducono una sorta di sapere artistico alla vita. Perché artistico? Perché le negative capability sono le competenze tipiche dell’artista: l’arte, infatti, non ha una sua epistemologia, l’arte non deve risolvere problemi, non deve dare risposte, semmai pone domande.

Per poter sopravvivere nel deserto e nella foresta dei segni bisogna dunque sviluppare la capacità di restare sospesi, che di volta in volta vuol dire capacità di stare nelle domande, non avere l’ansia della risposta, l’ansia del successo immediato, l’ansia dell’efficacia, l’ansia del portare a casa il risultato: bisogna sviluppare un’attitudine artistica.

Ecco, io credo che un giorno, e sento di potermi sbilanciare su questo, quando guarderemo ai nostri tempi non con l’occhio deformante della cronaca dei quotidiani e dei settimanali, ma con l’occhio meno deformante della storia, scopriremo che queste generazioni hanno un senso artistico infinitamente superiore a quello di qualche decennio fa. E questo credo che già oggi possiamo osare dirlo: è evidente che mai quaranta anni fa di questo ex mattatoio si sarebbe fatto un luogo nel quale sviluppare cultura.

Per concludere: cosa hanno ancora in comune ansia e negative capability? Hanno in comune il problema/non problema del cambiamento. Non avendo l’arte una sua epistemologia e non dovendo essa risolvere problemi potremmo dire che l’arte non si pone il problema del cambiamento. Di più: potremmo dire che l’arte produce cambiamento ma senza porsi il problema del cambiamento. Non è il suo obiettivo, è una sorta di effetto collaterale, è un effetto accessorio. L’arte produce cambiamento implicitamente ma non è il suo obiettivo. L’obiettivo dell’arte è dire, ma senza lavorare sul cambiamento.

Mi scuserete per la terribile citazione ce sto per fare, ma vorrei parafrasare Claudio Baglioni per dire che da un punto di vista antropologico è assolutamente vero che si cambia per vivere, si vive per cambiare. L’esistenza è essa stessa cambiamento. E invece la più grande trasformazione che la società del rischio produce, in un rapporto però circolare perché poi a sua volta essa è prodotta da chi vive la società del rischio, è la sospensione della pratica del cambiamento. Le grandi narrazioni erano narrazioni del cambiamento, sono sempre state un progetto di cambiamento. Ogni grande narrazione ha avuto un pensiero futuribile. Certo, si è nutrita anche di una metafora storica, del “da dove veniamo”, ma sempre in funzione di un processo di cambiamento.

Ecco, pur essendo una sorta di istruzione per l’uso a beneficio di chi vuole resistere, r-esistere, le negative capability portano in eredità la sospensione della propensione al cambiamento; mi sembra che questa attitudine antropologica descriva proprio il modo con il quale oggi i giovani e gli adolescenti stanno nella società del rischio, cioè senza l’ansia del cambiamento ma con una attitudine artistica che produrrà sempre cambiamento.

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