Il buonismo che uccide

Sabato sera. Italia’s got talent. Canale 5. La giostra televisiva propone un gruppo di giovani persone con sindrome di Down che si esibisce con una canzone animata. Inevitabilmente scattano tutti i cliché dell’italica ipocrisia: il gruppo non si è ancora esibito e già gli applausi, le urla di incitamento del pubblico, la commozione della giuria (Zerbi-De Filippis-Scotti). Le persone con sindrome di Down sono brave a priori…

Finalmente l’esibizione: mediocre, forse anche meno che mediocre. Ho visto, in giro per l’Italia, esibizioni e spettacoli, di persone con sindrome di Down, infinitamente migliori: se ne realizzano ogni giorno in uno qualsiasi dei tanti centri diurni, in una delle tante associazioni. Ma il punto centrale è che l’esibizione è mediocre in assoluto: se quella esibizione fosse stata realizzata da persone “normali” sarebbe stata sonoramente bocciata. E invece: standing ovation infinita del pubblico e lacrime e ringraziamenti dei giurati per non si sa quale insegnamento o lezione di vita.

Peccato. Si è persa una occasione ghiotta (milioni di telespettatori) per fare cultura, per promuovere uguaglianza e pari opportunità, per fare una operazione pedagogica di reale riconoscimento della pari dignità di tutte le persone, senza distinzione alcuna. E la si è utilizzata invece per discriminare, per stigmatizzare, per minimizzare, per infierire.

Sarebbe stato bello dire “ragazzi, grazie per essere stati qui, ci ha fatto piacere conoscervi, continuate a divertirvi cantando, ma l’esibizione non va bene, non c’è alcun talento da promuovere, ve lo diciamo perché pensiamo che voi abbiate diritto, come tutti, a sentirvi dire la verità, perché pensiamo che voi abbiate diritto, come tutti, a fare i conti con la realtà: è ovvio che come punto di partenza della nostra valutazione abbiamo tenuto conto delle vostre oggettive difficoltà (“a ciascuno secondo il suo bisogno”), ma comunque non ci siamo. Non vi promuoviamo perché vi rispettiamo!”

Purtroppo, invece, cultura televisiva e cultura sociale nel nostro paese si nutrono a vicenda dell’ipocrisia del peggior cattolicesimo pseudo cristiano (vieni espulso dal Grande Fratello se bestemmi il Dio dei cattolici ma non ti succede nulla se fai affermazioni gravemente razziste) e dunque non c’è speranza che il rispetto per le persone si informi di sana cultura laica.

Nel 1985 fui cacciato dalla associazione di cui facevo parte perché accusato di vilipendio di persona disabile: nel corso di una discussione avevo dato dello “stronzo” a Luigi, un mio caro amico spastico di oltre 20 anni più grande di me, che in quella occasione si era proprio – secondo me – comportato da stronzo. Saputo della mia immediata scomunica Luigi ne fu molto addolorato ed anche molto offeso, ma nessuno si sognò di chiedere il suo parere. Sette anni dopo Luigi mi fu vicino il giorno del mio matrimonio confermandomi la sua amicizia e forse anche la sua stima.

Ora come allora, dunque, si continua a fare lo stesso errore: elevare a “nuda vita” (come direbbe Slavoj Zizek) quella vita che invece andrebbe vestita. La nuda vita è la condizione di chi non ha doveri perché non ha diritti. E’ la condizione di chi è sacer, separato, ma anche destinato alla morte, e dunque privo di doveri.

Ora come allora, e chissà ancora per quanto, si continua a fare lo stesso errore: negare l’evidenza che siamo tutti uguali perché tutti diversi, che possiamo essere diversi perché siamo uguali.

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One thought on “Il buonismo che uccide

  1. Condivido su tutta la linea. Non c’è cosa peggiore che far parti uguali tra disuguali, diceva il Priore. Giovanni

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