GUARIRE DALLA CURA – Il lato oscuro della cura

Il sito premesse per il cambiamento sociale (www.premesse.it), della casa editrice la meridiana, ospita da oggi un mio spazio di scrittura e discussione che ho inaugurato con un post intitolato GUARIRE DALLA CURA – Il lato oscuro della cura con la esplicita intenzione di provocare la reazione (non necessariamente composta) di qualcuno tra coloro che si considerano addetti ai lavori (dunque tutti visto che a nessuno è consentito sottrarsi alla esperienza della cura) o di qualcuno tra coloro che si considerano esegeti di Franco Battiato…

Su premesse.it è possibile leggere il mio post e prendere parte alla discussione. Vi aspetto.

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2 thoughts on “GUARIRE DALLA CURA – Il lato oscuro della cura

  1. Pur non essendo un esegeta di Battiato, raccolgo volentieri la provocazione: io distinguerei i piani.
    Il prendersi cura sul piano affettivo e/o sentimentale è diverso dal prendersi cura sul piano educativo e/o clinico: mi sembra che “La cura” sia un bellissima canzone d’amore: da questo punto di vista sicuramente può esprimere un’idea condivisibile o terribile di una relazione sentimentale. Io la condivido, non nel senso che la cura sul piano sentimentale sia un modo per impedire o rimuovere la dimensione della malattia, del dolore della persona amata ecc.; piuttosto credo che il senso di quel testo riguardi essenzialmente il ruolo che può giocare l’amore nella condizione del limite: “so che invecchierai, starai male ecc., ma non voglio arrendermi a tutto questo e soprattutto voglio amarti lo stesso”.
    A parte questi pericolosi scivolamenti nel sentimentale, farei una seconda distinzione: “La cura” è una canzone, e le canzoni sono belle o brutte, intelligenti o stupide, fatte bene o fatte male, non possono essere lette come un piccolo trattato di scienza o di morale, a maggior ragione su un tema così complesso come quello della cura. Le parole degli scrittori, anche degli scrittori di canzoni, non vanno prese completamente sul serio, almeno sul piano etico, sarebbe ingiusto per l’artista e pericoloso per noi. La parola, quando presenta alti livelli di formalizzazione, come in questo caso, si richiama a regole autonome: è la parola d’arte, la parola letteraria, quella di cui Platone invitava a diffidare. “Guardatevi dai poeti”, diceva il filosofo nello “Ione”(non a caso era un filosofo a muovere queste critiche). Sono abili seduttori, la loro parola commuove, mistifica, persuade in modo surrettizio. L’arte obbedisce a leggi proprie, che sono quelle della bellezza: non si può analizzare l’opera d’arte con le categorie della scienza, della morale o dell’educazione. Ci possono essere intersezioni, questo sì: l’opera d’arte può aprire delle finestre sulla scienza o sull’etica, ma va letta con gli strumenti propri dell’opera d’arte, con i saperi scientifici propri dell’ analisi dell’opera d’arte. Tutte le volte che gli esegeti hanno applicato le categorie scientifiche all’interpretazione di un’opera letteraria, hanno creato distorsioni evidenti del testo e del pensiero dell’autore. Anche un’opera così scopertamente vicina all’ ambito della psicanalisi, come quella di Svevo, è stata fraintesa proprio dai critici letterari di ispirazione psicanalitica, che hanno letto “La coscienza di Zeno” come un trattato scientifico, quando invece è l’esatta destrutturazione di ogni possibile esistenza di un’opera scientifica (nel senso positivista del termine). La storia della letteratura è piena di questi fraintendimenti, con tutto quello che significa in termini di travaso di questi temi nelle coscienze, specie dei più giovani. Per fare un solo esempio: la stessa scuola critica, analizzando con strumenti “clinici” il “De rerum natura” di Lucrezio, ha contribuito alla creazione del mito del poeta pazzo, con tutti gli annessi e connessi da romanzo criminale (l’omicidio/suicidio per amore): i filologi seri hanno poi dimostrato, prove scientifiche alla mano (le prove scientifiche fondate perchè proprie dell’esegesi letteraria), che si tratta di un’opera perfettamente meditata di un uomo lucidissimo, morto di morte naturale, perfettamente integrato nel suo tempo: ironia della sorte, il Lucrezio pazzo è in realtà il padre del razionalismo occidentale.
    Tornando a opere più recenti e meno determinanti, quando Battiato canta: “supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare”, non sta negando la dimensione della vecchiaia, non sta limitando la libertà di sbagliare, non sta prendendo sul serio se stesso piuttosto che quello che fa: sta esprimendo un’immagine semplicemente sublime, “bella”, che non va presa nel suo senso immediato, ma per la sua potenza evocativa. In caso contrario facciamo dire agli artisti quello che non avevano intenzione di dire o di fare, attribuendogli responsabilità che non hanno. Vasco Rossi, per esempio, a livelli poeticamente ben più bassi, parlava di una sua crisi creativa (credo agli inizi degli anni ’90) quando fu riconosciuto come mito di massa, e svariate centinaia di migliaia di persone pendevano letteralmente dalle sue labbra: non scrisse un verso per qualche anno, le canzoni venivano considerate immorali per alcuni, modello di vita per altri. Lo stesso autore de “La cura”, a un giornalista che gli chiedeva di spiegare il senso di alcuni suoi versi di “Cerco un centro ecc.” rispose che non lo capiva bene neanche lui, ma gli piaceva, e, citando non mi ricordo chi, disse che un poeta sarebbe capace di oltrepassare il cadavere ancora caldo di sua madre, pur di azzeccare una rima fulminante.

  2. La locuzione cura, è significante linguistico così carico di rinvii di senso, che se non se ne fissa il contesto di riferimento e quindi il suo dominio, credo che si finisca per incorrere in una serie di fraintendimenti, dai quali non si esce. La cura può riguardare ambiti clinici, in particolare medici, ma anche psicologici, pedagogici, editoriali, legali ecc, tutti allusivi di relazioni in cui si ha cura di qualcuno e di qualcosa che comunque riguarda un’altro. Non posso non rievocare, seppure in un ambito più specifico che allude a relazioni più di tipo affettivo- emozionale all’antica parola greca Therapeia, locuzione dalla complessa e ricca polisemia, in quanto deriva dal verbo thero – thersomai, che significa riscaldo, divento ardente e da theros, calore.
    Detto termine, allude a quella parte dell’anno, caratterizzata dalla presenza delle messi e cioè la primavera-estate. Infine, peutho, vuol dire, porto, annuncio. Così il significato originario, l’etimo di therapeia è dato dalla connessione tra thero-theros (calore) e peutho(annuncio, porto).
    La Therapeia, quindi, cosi come evoca il suo etimo originario, per chi ha una certa dimestichezza con la lingua greca, rinvia ad un prendersi cura, assistere, essere al servizio di qualcuno…. portare calore .
    Inoltre il verbo greco Therapeuo , significa curare, servire, venerare, assistere, assecondare, coltivare , portare il frutto a compimento.
    Therapon vuol dire ministro, sacerdote , Omero non a caso connota Patroclo “ therapon” di Achille in quanto suo intimo amico, uno che si prende cura di lui (non certo nel senso che lo cura per guarirlo da una malattia!)…La terapia in ambito medico è un’altra cosa. Diceva Hisheelwood ne IL modello kleiniano nella clinica “Vi è una terribile mancanza di carità nei riguardi del paziente nel fatto di ridurre il suo potenziale interattivo a una diagnosi; il paziente diventa una entità patologica invece che un individuo che lotta”
    Perché a mio avviso il paziente pensato come entità patologica attiene allo sguardo medico fondato sulla Terapia, il cui significato è ben diverso dalla Therapeia dianzi denotata e connotata.Purtroppo spesso la parola “cura” viene associata alla malattia , all’inadeguatezza ,alla perdita, alla dipendenza, che è un’altra cosa.Ma veniamo al discorso della canzone di Franco Battiato, “La cura”, che ho ascoltato, senza particolare coinvolgimento, ma che ritengo, come qualunque approccio fondato sulla comprensione (verstehen) e non sulla spiegazione (erklaren)
    debba prescindere da elucubruzioni raziocinanti, per cui concordo a pieno titolo con Emanuele Dibitonto quando dice- Tutte le volte che gli esegeti hanno applicato le categorie scientifiche all’interpretazione di un’opera letteraria, hanno creato distorsioni evidenti del testo e del pensiero dell’autore- e quindi anche in ordine ai fraintendimenti cui è stato sottoposto il povero Italo Svevo e il grande Lucrezio, sottoposto , anch’egli a distorsioni di non poco conto.L’approccio necessariamente estetico-emozionale(aisthesis- αἴσθησις,sensazione , percezione) alla poesia, alla letteratura, all’arte in genere, mi richiama le suggestioni evocative della figura del comprendere, verstehen, unico approccio possibile a queste categorie del senso quindi dell’ermeneutica, il cui oggetto proprio, come aveva detto W. Dilthey, non è il dato, ma il vissuto che “non è un fenomeno dato attraverso i sensi come riflesso del reale nella conoscenza, ma una connessione vissuta dentro di noi”.

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