L’empatia è una scorciatoia?

Domenica 11 dicembre. Pagine dedicate alla cultura. La Repubblica traduce un articolo di David Brooks, editorialista del New York Times. Lo propongo subito alla vostra lettura e poi, a seguire, aggiungo qualche considerazione.

Così l’empatia è stata trasformata in una scorciatoia (di DAVID BROOKS)

Siamo circondati da persone che cercano di fare del mondo un posto migliore: militanti pacifisti che spingono i nemici a dialogare perché possano conoscersi a vicenda e compenetrarsi nella sofferenza del loro interlocutore; dirigenti scolastici che cercano di creare gruppi di studenti variegati, perché ognuno possa capire come ci si sente nei panni di un altro; gruppi religiosi e comunitari che cercano di coltivare l’empatia.

Come scrive Steven Pinker nel suo nuovo e sconvolgente libro intitolato The Better Angels of Our Nature, viviamo in mezzo a una “smania di empatia”. Gli scaffali delle librerie abbondano di saggi sull’argomento: L’età dell’empatia, Il divario di empatia, La civiltà empatica, Insegnare l’empatia.

C’è perfino una teoria neurologica che sostiene che nel nostro cervello ci sono dei neuroni-specchio che ci consentono di percepire quello che c’è nella testa delle altre persone, e che questi neuroni sono all’origine dei sentimenti di empatia verso il prossimo e dell’azione morale.

C’è molto di vero in tutto questo. Questi neuroni-specchio ci sono veramente. Le persone empatiche sono più sensibili al punto di vista e alle sofferenze degli altri e sono più inclini a esprimere giudizi morali compassionevoli. Il problema insorge quando cerchiamo di trasformare i sentimenti in azione. L’empatia rende maggiormente consapevoli delle sofferenze altrui, ma non è chiaro se spinga effettivamente ad agire in modo morale o se trattenga effettivamente dall’agire in modo immorale. Nei primi giorni dell’Olocausto, i carcerieri nazisti a volte scoppiavano in lacrime mentre falciavano donne e bambini ebrei, ma continuavano a farlo comunque.

L’empatia spinge ad agire in modo morale, ma non sembra influire molto quando quell’agire comporta un costo personale. Magari avvertite una stretta al cuore quando vedete un mendicante sul marciapiede opposto, ma probabilmente non attraversate la strada per andare a dargli un dollaro. Ci sono pile intere di saggi che indagano sul legame tra empatia e azione morale. Studiosi differenti sono giunti a conclusioni differenti, ma in un recente studio Jesse Prinz, un filosofo della City University di New York, ha riassunto così le ricerche sull’argomento: «Questi studi suggeriscono che l’empatia non rappresenta un fattore importante per quanto concerne la motivazione morale». Altri studiosi hanno definito l’empatia un “fragile fiore”, facilmente schiacciato dall’interesse personale.

Nessuno è contro l’empatia, ma sta di fatto che non è sufficiente. Di questi tempi l’empatia è diventata una scorciatoia. È diventata un modo per provare l’illusione di un progresso morale senza dover fare il lavoro sporco di emettere giudizi morali. In una cultura che non riesce a formulare categorie morali e che cerca in tutti i modi di non offendere, insegnare l’empatia è un modo sicuro per sembrare virtuosi senza rischiare polemiche e senza urtare i sentimenti di qualcuno. Le persone che effettivamente si danno da fare nel sociale non provano solo un sentimento di empatia per coloro che soffrono, si sentono spinte ad agire da un senso del dovere.

La loro vita è strutturata da codici sacri. Pensate a qualcuno che ammirate. Probabilmente questo individuo ha una certa inclinazione alla solidarietà, ma più di questa inclinazione conta il senso del dovere nei confronti di qualche codice di comportamento religioso, militare, sociale o filosofico. Proverebbe un senso di colpa o di vergogna se non si attenesse alle regole prescritte dal codice. Il codice gli dice quando merita l’ammirazione degli altri o il disonore. Il codice lo aiuta a valutare i sentimenti degli altri, non semplicemente a condividerli. Il codice gli dice che un adultero o uno spacciatore di droga possono provare un piacere immenso, ma che il loro comportamento è comunque da disprezzare.

Il codice non è solo un insieme di regole. È una fonte di identità. È qualcosa che viene perseguito con gioia. È qualcosa che suscita le emozioni e i legami più forti. L’empatia è un evento secondario. Se volete rendere il mondo un posto migliore, aiutate le persone a discutere, comprendere, riformare, onoraree mettere in praticai loro codici. Accettate che i codici siano in conflitto tra loro.

(Traduzione di Fabio Galimberti) © 2011 New York Times News Service

Trovo il senso generale dell’articolo, la sua proposta culturale e la sua analisi generale, molto condivisibili. Soprattutto apprezzo i riferimenti alla dimensione identitaria dei codici.

Sull’empatia avevo letto molto tempo fa un articolo griffato niente-poco-di-meno che da Umberto Galimberti che, in quell’occasione, scrisse alcune tra le cose più assurde che io abbia mai letto e cioè che l’empatia è una dote innata che si ha dalla nascita o non si avrà mai e che in nessun modo le esperienze, le vite vissute, possono “abilitare” una qualche capacità empatica. Se avesse avuto più spazio, forse, Galimberti avrebbe detto del carattere genetico dell’empatia. Per fortuna aveva esaurito il suo spazio sulla rubrica de L’Espresso.

Questa posizione a-storica di Galimberti presuppone la totale insignificanza culturale e psicologica delle esperienze, il collasso socio-storico delle esistenze. In essa l’empatia è un tratto (genetico?) che caratterizza in modalità random solo alcune personalità. Essa è, dunque, una realtà in-trattabile.

Il problema della tesi di Brooks, nell’articolo che fa da pretesto a questo post, è esattamente opposto: egli, assecondando una tendenza sempre più diffusa ma soprattutto esasperando la sua stessa ipotesi che nel complesso – lo ripeto – è molto condivisibile, finisce col banalizzare il concetto di empatia riducendolo a mero buonismo e, forse, confondendolo con quello di simpatia (che è cosa, ovviamente, ben diversa ma non così distante da evitare l’errore). Non c’è da stupirsene: Brooks utilizza il concetto di empatia all’interno di un ragionamento che, culturalmente, potremmo definire politico (i codici in conflitto tra loro) e che, tutto sommato, è banalizzante anch’esso.

Che, invece, nell’ambito della cura – che è il campo semantico che le è più consono – l’empatia possa rappresentare una scorciatoia è una ipotesi molto suggestiva e affatto peregrina ma deve essere meglio specificata. Quando è fine a se stessa, quando esaurisce il compito e la relazione, quando non è intenzionalmente funzionale al cambiamento, quando evita il ragionamento, quando non è uno strumento, essa rischia sicuramente di essere una scorciatoia.  Non lo è quando rappresenta una competenza, una capacità, una abilità.

L’empatia, insomma, non è una scorciatoia solo se è una negative capability! Giacché, come insegna il discorso sulle negative capability, essa pur dovendo essere applicata come un’arte, deve comunque essere studiata come una scienza.

Annunci

One thought on “L’empatia è una scorciatoia?

  1. … soltanto un flash …un pensiero (non casuale). …
    “Empatia talvolta (sovente …) fa rima con buonismo. L’empatia può essere una scorciatoia. Di sicuro la scatola televisiva ne ha fatto una scorciatoia! Ricordo quando la rilevazione di una presunta presenza remota d’acqua su Marte fece gridare a ‘c’è vita su Marte!!!’. Che banale titolo giornalistico. Ma che ipocrisia! Una delle forme di cecità più rilevanti nell’universo dell’empatia buonista è proprio questo: vedere la vita dove c’è (forse) biologia e non saperla (volerla?) riconoscere dove c’è e s i s t e n z a !!! Intendo esistenza umana, ma non solo. La difesa della vita (dall’embrione al morituro, passando per ogni essere umano civile o lavoratore …) è innanzitutto un fatto di (bio)etica, cioè di agire responsabile in virtù di una priorità di valori (la vita? l’utile? la forza?). Non c’entrano nulla religione e filosofie. Dunque, l’empatia potrebbe avere un valore quando fosse metodo, strumento di esecuzione del servizio …se non della virtù almeno di azioni concrete per gli altri (chiunque l’atro sia …cioè riconoscibile quale persona). Al contrario l’empatia è vuoto assoluto quando fine a se stessa, inizio e conclusione dell’azione responsabile (cioè etica). …I codici di responsabilità costano fatica…la empatia buonista è gratuita. (Alessandro Faino)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...