Depressione: morire e arricchirsi

Il Sole 24 Ore ha pubblicato, domenica 4.12.2011, un interessantissimo articolo di Gilberto Corbellini intitolato Morire di depressione che qui potete scaricare cliccando sul titolo. In esso, Corbellini “critica”, con competenza, fermezza e sensibilità, il recente libro di Aldo Bonomi ed Eugenio Borgna edito da Einaudi ed intitolato Elogio della depressione.

Il tema è più che suggestivo e, se non avesse a che fare con la vita dolorosa di milioni di persone, mi verrebbe da dire “affascinante”. Ma nonostante la suggestione, e forse proprio per evitare la fascinazione, mi limito a rilanciare l’articolo e metto a disposizione di chi volesse usufruirne questo spazio per discuterne.

L’articolo ha, però, anche un merito accessorio e forse involontario: Corbellini, infatti, anche se con un approccio secondo me non condivisibile, rilancia una questione che nelle settimane scorse  ha avuto molto spazio ma che troppo presto è caduta nel silenzio. Sto parlando di quell’esempio lampante di disease-mongering che si appresta a diventare il DSM nella sua edizione V e di tutte le polemiche e grida di allarme che si rincorrono nel mondo scientifico e bio-etico.

Su internet si possono recuperare tutti i pezzi della questione, ma il riassunto è facile: se le cose non dovessero cambiare, il DSM V diagnosticherà come malate di mente milioni di persone sane ma, ad esempio, tristi per un lutto o dipendenti da caffeina. Dietro questa inflazione diagnostica è evidente il ruolo delle multinazionali del farmaco. Ad esse va attribuito anche il merito della pratica sempre più diffusa negli U.S.A. (dove è sancita anche dalle linee guida della American Academy of Pediatrics) di somministrare il Ritalin ai bambini dai 4 anni in su in presenza di difficoltà di attenzione e agitazione. Il fatto che le linee guida statunitensi vengano spesso importate anche nel resto del mondo medico occidentale, aumenta la preoccupazione.

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